Zero aumenti fino al 2030 per 660.000 persone. Questo, almeno, sostiene IG Metall, secondo cui il Gruppo Volkswagen avrebbe ordinato ai propri responsabili HR, in ogni angolo del mondo, di non prevedere alcun adeguamento salariale per i prossimi quattro anni. Wolfsburg non conferma e non smentisce.
L’ordine, sempre stando al sindacato, sarebbe in vigore dai primi di ottobre. Congelerebbe gli stipendi attuali e butterebbe nel cestino la prassi di mettere a bilancio un recupero dell’inflazione e aumenti negoziati. I conti li ha fatti IG Metall: se i prezzi continuano a correre come di recente, entro il 2030 i dipendenti perderebbero almeno il 10% del potere d’acquisto.
La fonte sarebbe una lettera informativa interna, che battezza la misura “Nullrunden bis 2030”, zero turni fino al 2030. Il portavoce del gruppo risponde che “non commentiamo tali speculazioni” e ricorda che la contrattazione passa prima da negoziati interni. Il consiglio di fabbrica la definisce un’assurdità: come si ordina un blocco quando la controparte non ha ancora messo sul tavolo la propria posizione per un ciclo di trattative che parte a fine novembre? Tra l’altro, osserva, il costo del personale è solo una frazione dei costi operativi.
Il tavolo è doppio, il contratto interno di Volkswagen AG e quello regionale metalmeccanico ed elettrico, che vale anche per Audi, Porsche e MAN. IG Metall chiede un 5%, l’azienda risponde che i costi generali devono scendere.
Il 30 settembre Volkswagen ha notificato la disdetta della maggior parte dei contratti collettivi di Volkswagen AG dal 31 dicembre 2026, salvo le garanzie occupazionali. Il sindacato ne conta 10 su 13 tra quelli rescissi, compreso il Manteltarifvertrag su orari e indennità di oltre 100.000 addetti in Germania. Per la legge tedesca restano validi fino a un nuovo accordo, quindi il 31 dicembre non cambia nulla. Cambierà il clima, Daniela Cavallo, a capo del consiglio di fabbrica, prevede un “confronto acceso” a inizio anno, mentre Thorsten Gröger, riferimento sindacale, parla di “un brutto affronto”.
Il 3 settembre il consiglio di sorveglianza ha approvato all’unanimità altri 50.000 tagli entro il 2030, che si sommano ai circa 50.000 già concordati dalla fine del 2024: circa l’8% di una forza lavoro che a fine 2025 contava 667.164 persone. Inoltre, Emden, Zwickau, Hannover e Neckarsulm, oltre 45.000 addetti in tutto, hanno tempo fino a giugno 2027 per trovare un modello produttivo alternativo. Il costo stimato dell’operazione è di circa 16 miliardi, 10 dei quali solo per le buonuscite.
Oliver Blume afferma che il Gruppo ha uno svantaggio di costo del 20% sui rivali, margine operativo da portare dal 4% al 9% entro il 2030, contro il 3,8% del primo semestre 2026 e il 2,8% del 2025, anno in cui l’utile operativo è crollato del 53% a 8,9 miliardi.
Nel 2024 i lavoratori hanno ottenuto lo stop ai licenziamenti forzati in cambio di 35.000 posti in meno e di un incentivo a zero. Il 5% del settore è finito in un fondo anziché in busta paga. Con le garanzie occupazionali ora fuori dalla disdetta, lo stipendio resta l’unica leva rimasta.


