Il cuore del “Future Plan 2030” approvato dal consiglio di sorveglianza di Volkswagen, quello chiacchieratissimo da settimane, è il taglio di ulteriori 50.000 posti di lavoro, sommati alla medesima cifra stabilità questa primavera, per un totale di 100.00 esuberi. un documento che, nelle intenzioni del Gruppo, dovrebbe trasformare la crisi in progetto industriale.
Il contesto lo conoscono tutti, domanda in calo, concorrenza cinese che non rallenta, margine operativo al 3,8% nella prima metà del 2026. Numeri che per un gruppo delle dimensioni di Volkswagen suonano come un campanello d’allarme. Il piano approvato, quindi, è chiamato a ridisegnare l’architettura intera del gruppo.
Sul fronte produttivo, gli stabilimenti di Emden, Zwickau, Hannover e Neckarsulm non hanno garanzie di produzione assegnate dal 2031 al 2034. Oltre 500.000 unità di capacità in eccesso nei soli impianti europei, un numero che spiega molto, giustifica i tagli e imbarazza chi, negli anni scorsi, aveva scommesso su volumi che non sono mai arrivati.
La revisione di gamma è forse la parte più radicale. Riduzione dei modelli del 50%, complessità abbattuta del 75% entro il 2035. Volkswagen vuole concentrarsi su meno prodotti, ma con volumi più alti e scala maggiore. Una strategia che Volkswagen ha sempre rimandato per non scontentare nessuno, né i brand, né i mercati, né i sindacati.
L’obiettivo dichiarato è vendere 9 milioni di veicoli all’anno con un margine operativo del 9% entro il 2030. Per arrivarci, il gruppo prevede investimenti tra il 2027 e il 2031 nell’ordine di 135 miliardi di euro, tra capex (spesa in conto capitale) e ricerca e sviluppo. Una cifra che impressiona, ma che ha senso solo se le piattaforme verranno effettivamente unificate per servire sia il mercato occidentale sia quello orientale senza duplicare tutto.
Nord America e Cina restano i due assi portanti della strategia geografica. Sul mercato americano l’attenzione si sposta sui segmenti più redditizi. Sulla Cina, dove le previsioni di crescita sono state riviste al ribasso, si punta sull’export verso il Sud del mondo come compensazione parziale.
Struttura organizzativa più snella, un terzo delle partecipazioni in meno, processi decisionali più rapidi. I sindacati dicono di sostenere il piano, ma avvertono che il peso non può ricadere solo (e sempre, verrebbe da dire) sui lavoratori. I piani industriali ambiziosi non mancano mai, lo sappiamo. Sono le esecuzioni, di solito, a fare la differenza.






