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Le 3 Alfa Romeo concept car più belle e originali di sempre

Un viaggio alla scoperta dei migliori prototipi da salone firmati dal costruttore milanese.

Screen shot da video YouTube di Pietro Pecco

Quando si pensa ad Alfa Romeo, gli appassionati ricordano le sue auto da sogno, i modelli sportivi e i suoi bolidi da corsa. Anche se negli ultimi decenni sono stati fatti dei passi falsi, che hanno appannato l’immagine del marchio, la presa emotiva che la casa del “biscione” riesce ad esercitare è sempre molto forte.

Alcuni modelli dell’era moderna hanno riallacciato la liaison con la storia, tornando a far battere il cuore. Modelli come la 8C Competizione, la 4C, la Giulia GTAm sono alcune delle proposte più coinvolgenti degli ultimi anni.

Qui, però, non vogliamo occuparci delle supercar e delle sportive moderne: il nostro focus è su alcune delle concept car più rivoluzionarie presentate da Alfa Romeo nel corso della sua storia. Qualora l’argomento fosse di vostro interesse, vi invitiamo a seguirci nel cammino alla loro scoperta.

Alfa Romeo 1900 C52 “Disco Volante”

Ha un soprannome azzeccato, che racconta molto bene le sensazioni trasmesse agli astanti da questo modello. In totale prese forma in cinque esemplari, assemblati dal 1952 al 1953 nello stabilimento del Portello. Una ristretta serie, che non ha inficiato la sua natura di concept car. Al museo storico del marchio è custodita una di queste vetture. Il nome ufficiale è Alfa Romeo 1900 C52, ma tutti la conoscono come “Disco Volante“. Lo stile firmato dalla Carrozzeria Touring, del resto, evoca il mondo alieno, anche oggi, figuriamoci a quei tempi.

Il periodo era felice per il marchio del “biscione”. Nel neonato Campionato del Mondo di Formula 1, la Tipo 158 “Alfetta” da Gran Premio fece piazza pulita dei rivali, conquistando la vittoria in tutte le gare che la videro protagonista. Il titolo piloti andò a Nino Farina. L’anno dopo fu il turno di Juan Manuel Fangio, sempre al volante del bolide rosso, figlio di un progetto longevo e di grande qualità.

Poi l’uscita di scena, perché il management decise di concentrarsi sul prodotto commerciale, orientando in quella direzione le limitate risorse finanziarie a disposizione. Gli sforzi si focalizzarono sulla 1900 e sulle sue varianti: un’auto che portò al debutto la catena di montaggio, per sostenere la grande richiesta delle concessionarie. Fra le declinazioni sportive pensate per quel modello, la Sprint e la 1900 TI (Turismo Internazionale). Entrambe si misero in ottima luce in gara.

La voglia di assaporare le atmosfere delle corse, con le vetture Sport, era forte. Così l’ufficio tecnico della casa del “biscione”, su impulso del management, diede forma alla 1900 C52. La parte finale della sigla era molto esplicativa; “C” stava per Competizione, le due cifre numeriche indicavano la stagione 1952. Oggi, come dicevamo, questo modello viene ricordato da tutti con Alfa Romeo “Disco Volante”, per le suggestioni evocate dalle sue forme.

Al suo progetto lavorarono due personaggi iconici dell’automobilismo: Gioachino Colombo e Carlo Chiti, con la supervisione di Orazio Satta Puliga. La base di partenza era la 1900C Sprint, ma l’impegno degli autori fece scaturire un’identità completamente diversa. Il motore, disposto anteriormente, aveva una cilindrata di 1997 centimetri cubi. Erogava una potenza massima di 158 cavalli, scaricati sulle ruote posteriori con l’ausilio di un cambio manuale a quattro marce. Il telaio non aveva nulla a che spartire con quello della donatrice di organi.

Qui c’erano dei sottili pannelli d’alluminio ancorati a un traliccio in tubi di acciaio, secondo il metodo di costruzione Touring Superleggera. L’ottima aerodinamica consentiva all’Alfa Romeo “Disco Volante” di raggiungere i 220 km/h di velocità massima, nonostante la configurazione aperta. Questa vettura fu declinata anche in versione coupé, ma il vero fascino è dell’altra, specie nella variante a “fianchi larghi”. In questa veste presero forma altri due esemplari, dotati però del più potente motore sei cilindri in linea da 3 litri di Giuseppe Busso, con 230 cavalli all’attivo. La vettura, nota come 6C 3000 Disco Volant, poteva varcare la soglia dei 240 km/h.

Alfa Romeo Bertone B.A.T.: 3 concept car

Fra le concept car più esotiche ed avvincenti del marchio del “biscione”, un posto di diritto spetta alle Alfa Romeo B.A.T. (acronimo di Berlinetta Aerodinamica Tecnica), sbocciate in tre esemplari nella serie storica, tra il 1953 e il 1955. Le forme sono spaziali. Qui l’estro di Franco Scaglione, autore del loro stile per Bertone, si è espresso liberamente, senza particolari vincoli, che possono frenare certi slanci creativi.

Alla base del lavoro, infatti, c’era solo la voglia di stupire, con proposte lanciate verso il futuro, da cui trarre, magari, qualche spunto utile per i modelli successivi del normale listino. Anche in questo caso, la base di lavoro fu fornita dall’Alfa Romeo 1900 (nello specifico dalla 1900 C), ma il progetto stravolse tutto, dando vita ad opere completamente diverse. Bisognava stupire il pubblico, con carrozzerie inedite e di straordinaria efficacia aerodinamica. Gli obiettivi del management furono centrati al meglio.

Guardando le tre auto della serie, si stenta a credere che la spinta faccia capo a un motore con soli 100 cavalli di potenza. Il look esotico e sportivo di queste concept car farebbe pensare a cifre più alte, ma quell’energia bastava. L’ottimale gestione dei flussi agevolava lo scorrimento delle B.A.T. nell’aria, consentendo loro di raggiungere i 200 km/h di velocità massima, nonostante il basso vigore propulsivo. L’energia veniva scaricata a terra col supporto di un cambio manuale a cinque marce, preso dal pianeta terra.

I tre modelli debuttarono tutti al Salone dell’Auto di Torino, ma in tre anni diversi: nel 1953, nel 1954 e nel 1955. Per queste creature, anche una comune esposizione al Blackhawk Museum di Danville, California, dove il pubblico ebbe la possibilità di ammirarle insieme. Poi qualcuno le comprò in blocco per la stratosferica cifra di 14.8 milioni di dollari.

Ad aprire la serie ci pensò la B.A.T. 5, simile a un’astronave. Il suo Cx di 0.23 era la cartina di tornasole dell’accuratezza del lavoro condotto in galleria del vento. Da segnalare anche la grande leggerezza del veicolo, il cui peso alla bilancia non superava i 1100 chilogrammi. Sul piano estetico, l’elemento più appariscente era forse la coda, con l’enorme lunotto infilzato da un sottile inserto in lamiera.

Poi fu il turno della B.A.T. 7, che rese ancora più efficace il suo profilo aerodinamico, con un Cx record di 0.19: il più basso di questa straordinaria famiglia. Elemento dialettico più appariscente erano le due pinne estremamente ricurve presenti nella parte posteriore, che la rendono unica nel panorama automobilistico mondiale. Dopo di lei giunse la B.A.T. 9, che cercò di declinare i concetti espressi dalle due antesignane in chiave più consona ad un eventuale sbarco in listino.

Questo spiega la minore esasperazione stilistica e la presenza di elementi distintivi più discreti che sulle sorelle, rispetto alle quali ha meno presa scenica, ma uguale vigore espressivo. Ovviamente, il diverso orientamento progettuale non diede adito a tentazioni commerciali. L’auto era e restava una concept car, solo un po’ più vicina al prodotto di serie, con dei validi spunti per le opere successive della gamma Alfa Romeo. Questa, in fondo, era una delle sue missioni.

Alfa Romeo 33 Pininfarina Coupé Prototipo Speciale

Un’altra concept car (ma molti la definiscono dream car) del marchio milanese è l’Alfa Romeo 33 Pininfarina Coupé Prototipo Speciale, nota anche come 33.2. Questa straordinaria opera, che fece il debutto al Salone dell’Auto di Parigi del 1969, è tornata d’attualità dopo il debutto della nuova hypercar di casa Ferrari: la Daytona SP3.

La ragione del ritrovato interesse mediatico nei suoi confronti è presto spiegata: il look del modello riprende quello della Ferrari Pininfarina 250 P5 Berlinetta Speciale, che ha ispirato lo stile dello specchio di coda (e non solo) della più fresca discendente della serie Icona. La firma dei due mezzi sperimentali del “biscione” e del “cavallino rampante” è la stessa: quella di Leonardo Fioravanti, che usò la sua matita nel centro stile di Pininfarina.

La connessione fra i due prototipi è molto marcata. Nessuno fa mistero del fatto che l’auto dell’Alfa Romeo sia, esteticamente, una sorella (quasi gemella) della proposta creativa a marchio Ferrari, pensata nel 1968 come evoluzione concettuale della 330 P4. La concept car “rossa” non ebbe un seguito, così il suo codice espressivo trovò applicazione sul telaio di un’Alfa Romeo 33 Stradale. Il tutto nell’ambito di una striscia di 6 auto da salone che presero forma su quella base, mettendo a frutto il talento e l’estro creativo dei più noti carrozzieri italiani.

Il vigore dinamico dell’Alfa Romeo 33 Pininfarina Coupé Prototipo Speciale era affidato a un motore V8 da 1995 centimetri cubi, con 230 cavalli all’attivo, erogati a 8800 giri al minuto. Lo stesso cuore della già citata 33 Stradale. Secondo gli autori del progetto, questo modello poteva raggiungere i 260 km/h di velocità massima, anche se nessuno fece una verifica empirica del dato. Sul fronte cambio, la scelta cadde su un manuale a 6 marce, dalla manovrabilità sportiva.

Al tono prestazionale concorreva la leggerezza, con un peso poco più alto dei 700 chilogrammi. Le dimensioni erano da bolide da corsa: 4000 mm di lunghezza, 1800 mm di larghezza, 2350 mm di passo, 980 mm di altezza. L’unico esemplare costruito è oggi esposto al Museo Storico Alfa Romeo di Arese. Uno degli elementi maggiormente distintivi rispetto alla Ferrari Pininfarina 250 P5 Berlinetta Speciale è la mancanza dei listelli orizzontali multipli sul posteriore, oggi ripresi dalla Daytona SP3.

Anche il frontale è stato modificato, con un occhio a un’ipotetica destinazione stradale dell’auto. Guardando i lineamenti del modello si nota la miscela fra tratti tesi e curvilinei, fra volumi concavi e convessi. Come riferito in un precedente post, il padiglione è dominato dalle superfici vetrate, che alleggeriscono la tela grafica. Molto interessante la soluzione del lunotto posteriore che lascia ben in vista il corpo propulsivo.

L’apertura ad ali di gabbiano delle portiere aumenta l’impatto scenografico di questo prezioso modello. Dentro domina il minimalismo, perché la matrice è quella dei bolidi da corsa, ma con qualche concessione al lusso, che non stona su un prodotto forse pensato in chiave commerciale, anche se in tiratura limitata. L’Alfa Romeo 33 Pininfarina Coupé Prototipo Speciale rimase però un modello da salone ed oggi da museo.

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