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L’attacco all’oleodotto USA potrebbe rincarare la benzina anche da noi

Il particolare fatto che ha per protagonista il principale oleodotto statunitense gestito da Colonial potrebbe avere ripercussioni anche in Europa

Benzina

Il particolare fatto che ha per protagonista il principale oleodotto statunitense gestito da Colonial, ma controllato da cinque aziende petrolifere fra le quali Shell, interessato da un importante attacco hacker venerdì scorso potrebbe avere conseguenti non indifferenti anche in Europa e quindi in Italia. Conseguenze che andrebbero ad intaccare gli equilibri sui prezzi della benzina che potrebbero subire dei plausibili rincari. Difatti le attività dell’oleodotto sono ferme già da venerdì 7 maggio e potrebbero riprendere soltanto alla fine di questa settimana, andando a rappresentare una condizione che quindi potrebbe non risultare di facile gestione.

Le ipotesi possibili

L’attacco hacker è stato attribuito dall’FBI all’organizzazione DarkSide ed ha in pratica paralizzato una rete d’oleodotto lunga circa 9mila chilometri e in grado di trasportare il 45% del fabbisogno di carburante per tutta l’area orientale degli USA. Un dato quantificabile in circa 2 milioni e mezzo di barili al giorno, tra benzina, diesel e altri materiali per le raffinerie.

L’organizzazione criminale pare abbia sottratto all’azienda che gestisce l’oleodotto statunitense oltre 100 GB di informazioni industriali minacciando di diffonderle pubblicamente.

Secondo una ipotesi apparsa su Il Sole 24 Ore, i risvolti della vicenda potrebbero caratterizzare i costi della benzina: “L’attacco informatico alla maggiore rete di oleodotti degli Stati Uniti non è un evento di portata locale: se Colonial Pipeline non annuncerà al più presto il completo ripristino delle operazioni, anche in Europa – e ovunque nel mondo – rischiamo di dover spendere di più per fare il pieno di carburante. L’impennata dei prezzi potrebbe essere accentuata dal fatto che siamo alle porte dell’estate, quando ci si sposta di più per le vacanze”, scrive il noto quotidiano.

Aggiungendo che “alcuni rami secondari della rete di oleodotti sono rientrati in funzione domenica, ma le linee principali – cruciali per rifornire bacini di consumo importanti, tra cui le metropoli di New York e Atlanta – rimangono chiuse. Più il tempo passa, più cresce il nervosismo per l’impatto di quello che è un vero e proprio attentato ai danni dell’industria petrolifera USA: un episodio incruento, ma paragonabile per gravità e potenziali ripercussioni all’attacco missilistico subito due anni fa dall’Arabia Saudita contro gli impianti di Abqaiq e Khurais. Il mercato per ora ha mantenuto i nervi saldi, con un occhio all’emergenza dei contagi in India, che sta comunque frenando la domanda petrolifera globale”.

L’aumento dei costi appare scontato “a meno di una pronta e completa riapertura dell’oleodotto. In molte aree degli USA gli automobilisti non hanno conservato la stessa flemma degli investitori, prendendo d’assalto le pompe di benzina: una reazione che rischia di peggiorare la situazione”, ha proseguito Il Sole 24 Ore.

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