La Casa Bianca ha annunciato che Stati Uniti e Cina hanno “istituito” un Investment Board con la missione di discutere opportunità di investimento e relativi ostacoli. Nessun nome di chi ne sarà membro, nessuna data per la prossima riunione, nessun ordine del giorno e, soprattutto, nessuna menzione di automobili.
Eppure il tema è sul tavolo da settimane. L’11 settembre, a Fox News, Donald Trump aveva aperto in modo inequivocabile: “Se la Cina volesse venire qui e aprire uno stabilimento per costruire le sue auto, per me andrebbe bene”. Condizione posta: assumere lavoratori americani. Lo stesso concetto lo aveva già espresso in gennaio al Detroit Economic Club, praticamente con le stesse parole.
Solo che il suo stesso governo la pensa diversamente. Ad aprile il Segretario al Commercio Howard Lutnick, interrogato su una potenziale joint venture con BYD, aveva risposto con due parole: “Niente automobili”. Il rappresentante per il Commercio Jamieson Greer aveva aggiunto che le restrizioni sulla tecnologia straniera avrebbero tenuto le case cinesi fuori dagli Stati Uniti per un futuro prevedibile.
Non è solo una questione di dazi. Una norma del Bureau of Industry and Security, finalizzata a gennaio 2025 ed efficace dall’anno modello 2027, vieta alle case automobilistiche con legami sufficienti con la Cina o la Russia di vendere veicoli connessi negli Stati Uniti, anche se costruiti in Ohio.
Lo schema è già rodato: Volvo, controllata dalla cinese Geely, ha ottenuto un’esenzione a maggio dopo aver accettato condizioni stringenti su governance e sicurezza dei dati. Polestar, stesso gruppo, stessa linea di produzione a Ridgeville, in South Carolina, è stata invece respinta a giugno.
Diverse associazioni che rappresentano GM, Ford, Toyota, Volkswagen, Hyundai, Stellantis e Tesla hanno scritto a Trump il 17 settembre per ricordargli che uno stabilimento cinese sul suolo americano non risolverebbe il problema: dipenderebbe comunque da fornitori cinesi e da management con legami diretti con Pechino. Una settimana prima, il Segretario ai Trasporti Sean Duffy aveva scritto direttamente a Jim Farley di Ford, invitandolo a tagliare i rapporti con CATL e Geely. Ford aveva definito la lettera “un tentativo maldestro di conquistare i titoli dei giornali”.
Nel frattempo, alla cena di Stato del 24 settembre erano seduti Mary Barra di GM ed Elon Musk di Tesla. I vertici cinesi di BYD e Xiaomi erano a Washington, ma fuori dalla porta: Pechino aveva rifiutato l’offerta di farli partecipare solo alla cena, ritenendola insufficiente. Wang Chuanfu, fondatore di BYD, infatti, non figurava nella lista degli invitati.






