Trump potrebbe aver trovato la formula: non fermare le auto cinesi, ma costringerle a nascere sul suolo americano. Secondo quanto riportato da Motor.es, il presidente degli Stati Uniti sarebbe disposto ad aprire il mercato statunitense ai veicoli di fabbricazione cinese, a patto che vengano prodotti in stabilimenti americani. Chi assembla in Cina si scontra con il muro tariffario del 100%, eredità dell’era Biden. Chi porta capitali, ingegneri e catene di montaggio oltre oceano, invece, potrebbe passare.
Nel frattempo, il Segretario ai Trasporti Sean Duffy ha spedito una lettera all’AD di Ford Jim Farley chiedendogli di recidere i rapporti con CATL, colosso cinese delle batterie con cui Ford ha stretto un accordo di licenza per la produzione di celle litio ferro fosfato in Michigan. Duffy non cita violazioni di legge, parla di “dipendenza operativa da un concorrente strategico”. Ford ha risposto per le rime, definendo la lettera un tentativo maldestro di fare notizia, e ha pubblicato una replica articolata per correggere la narrativa ufficiale.
Ford, però, non è sola. General Motors usa batterie cinesi nella Chevrolet Bolt, Stellantis detiene una quota in Leapmotor, Slate monta celle Gotion LFP. Nessuno di loro ha ricevuto una lettera. La selezione del bersaglio appare arbitraria, e questo rende la politica di Washington ancora più difficile da decifrare.
La Casa Bianca stessa aveva elogiato quello stesso stabilimento di batterie in Michigan pochi giorni prima della lettera di Duffy. Polestar, controllata da Geely, è stata esclusa dal mercato americano per via della sua tecnologia cinese. Volvo, controllata dallo stesso Geely, vi opera liberamente, e le due condividono piattaforma e impianto produttivo in South Carolina. L’incoerenza zampilla da tutte le parti.
Per l’Europa la posta in gioco è alta quanto quella americana. Se Washington inizia a premiare con l’accesso al mercato chi produce sul territorio, i costruttori cinesi, che già dettano il ritmo su batterie, software e velocità di lancio, potrebbero trasferire capitali e know-how negli Stati Uniti in tempi rapidi. Le fabbriche europee, Spagna inclusa, si troverebbero a competere per contratti di produzione in un contesto in cui il protezionismo americano sposta il valore geografico dell’assemblaggio.
A Bruxelles e Madrid non spaventa solo il dazio, spaventa l’idea che Washington stia negoziando riduzioni tariffarie in cambio di posti di lavoro industriali.



