Ford ha qualche problema con la Casa Bianca: troppa Cina sotto il cofano

L’amministrazione Trump attacca Ford per i legami con CATL, BYD e Geely. La Casa di Dearborn risponde a muso duro. La partita è appena iniziata.
donald trump, ford
President Donald Trump speaks to, from left Bill Ford, Executive Chairman of Ford, Treasury Secretary Scott Bessent, Jim Farley, CEO of Ford, and Corey Williams, Ford River Rouge Plant Manager, during a tour of the Ford River Rogue complex, Tuesday, Jan. 13, 2026, in Dearborn, Mich. (AP Photo/Evan Vucci)

La Casa Bianca ha scelto Ford come bersaglio preferito nella guerra commerciale con Pechino. Non è proprio una di quelle dispute inaspettate visto l’andazzo dell’amministrazione Trump.

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Sean Duffy, Segretario ai Trasporti dell’amministrazione statunitense, ha scritto direttamente al CEO Jim Farley per esprimere “profonda preoccupazione” sui legami di Ford con tre nomi cinesi che fanno tremare i polsi a Washington: CATL, BYD e Geely. La richiesta è esplicita: tagliare i ponti, e farlo subito. Certo, come se bastasse uno schiocco di dita.

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Il nodo più spinoso è lo stabilimento di Marshall, in Michigan, dove Ford produce batterie con tecnologia concessa in licenza da CATL. Il problema non è solo commerciale perché CATL figura nella lista del Pentagono delle aziende accusate di legami con l’esercito cinese. Costruire la propria strategia elettrica sopra una simile dipendenza, secondo Duffy (testualmente), rende Ford un “partner inaffidabile” per il governo americano.

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C’è poi la questione Lincoln Nautilus (SUV del marchio premium di Ford), ancora prodotto in Cina e destinato a restare lì fino al 2030. Anni di dipendenza dalla manifattura cinese su un modello premium, esattamente il tipo di scelta che adesso ritorna come un boomerang.

lincoln nautilus, cina

Ford non ha incassato in silenzio. La risposta ufficiale è stata tagliente: la lettera di Duffy sarebbe “un tentativo maldestro di attirare l’attenzione dei media”. L’azienda ha precisato di possedere lo stabilimento di Marshall, di controllarne le operazioni e di impiegare direttamente la forza lavoro. E mentre tutti gli altri importano batterie dalla Cina, Ford sostiene di stare investendo per produrle in America.

Sullo sfondo ci sono le pressioni del Congresso per inasprire il divieto d’importazione di veicoli cinesi, con i principali costruttori americani che chiedono ai legislatori di chiudere ogni possibile deroga per BYD e le altre case di Pechino. C’è la proposta che Farley aveva avanzato a gennaio al Salone di Detroit, quella di agevolare le joint venture cinesi sul suolo statunitense, che ora Duffy cita come un’ulteriore prova di tradimento a carico.

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Il deputato John Moolenaar, presidente della commissione speciale sulla Cina alla Camera, aveva già attaccato l’accordo con Geely a luglio, sostenendo che “consentirà alla Cina di decimare ulteriormente i mercati automobilistici in Europa”.

Trump incontrerà Xi Jinping a fine mese. Ford, nel frattempo, si trova schiacciata tra la realpolitik di Washington e una filiera globale che non si smonta in un trimestre.