Sono ben 47 i progetti selezionati, per un totale di un 1,7 miliardi di euro promessi per investimenti a dir poco cruciali in fatto di minerali critici, quelli che muovono gran parte dell’industria delle batterie e, quindi, dell’auto elettrica (ma non solo ovviamente). Adesso ventitré di quei sessanta cantieri strategici bussano alla porta della Commissione europea con un documento che chiede soldi veri, e in fretta, prima che qualcuno possa già chiudere tutto.
L’appello, indirizzato direttamente a Ursula von der Leyen e al commissario Sejourne, non usa mezzi termini. Quindici mesi dopo la prima selezione dei progetti strategici per i minerali critici, il bilancio è impietoso: impegni non rispettati su finanziamenti, autorizzazioni bloccate, assenza di strategia coerente.
Litio, cobalto, terre rare, le materie prime che servono ai data center per l’IA, ai veicoli elettrici, all’industria della difesa restano in gran parte nelle mani cinesi. Pechino, che nel frattempo ha imposto controlli sulle esportazioni di diversi di questi minerali, guarda la scena europea mangiucchiando popcorn.
Il caso Viridian è il più emblematico. La società francese, che puntava a coprire il 10% del fabbisogno UE di litio per batterie, è crollata a marzo. Il suo ex direttore commerciale, Luc Pez, non ha dubbi su chi portare in corte: la selezione come progetto strategico europeo si è rivelata, parole sue, “una maledizione”. Gli investitori privati aspettavano che Bruxelles si esponesse con un impegno concreto, che non è mai arrivato.
Dall’altra parte dell’Atlantico, intanto, Washington ha approvato quasi 40 miliardi di dollari in accordi sui minerali critici. Il confronto è stonato, e lo è volutamente.
La Commissione parla di quadro normativo attivato, di procedure di autorizzazione semplificate, di supporto alla commercializzazione della produzione. A febbraio, però, la Corte dei conti europea aveva già emesso il suo verdetto: gli sforzi per diversificare le importazioni di minerali critici “devono ancora produrre risultati tangibili”.
L’incontro di pochi mesi fa con Kerstin Jorna, direttrice generale del dipartimento GROW, ha prodotto qualche apertura sul dialogo ma nessuna soluzione di finanziamento urgente. Nel frattempo, diversi progetti sono già stati sospesi in silenzio e i loro promotori hanno scelto di non firmare l’appello, per non attirare ulteriore attenzione su un fallimento che preferiranno gestire senza riflettori.
Il Critical Raw Materials Act del 2024 fissava obiettivi precisi tra cui estrarre il 10% del fabbisogno interno, trasformare il 40%, riciclare il 25% entro il 2030. Mancano quattro anni e i cantieri restano fermi.






