Melfi e Mirafiori sono i due stabilimenti che stanno dando il maggiore contributo alla ripresa della produzione di Stellantis nel nostro paese. Ma non sono tutte rose e fiori. I numeri infatti evidenziano come i problemi comunque non manchino con stop frequenti, cassa integrazione e difficoltà dell’indotto tra le principali difficoltà.
Nei primi nove mesi dell’anno lo stabilimento di Melfi ha visto crescere la produzione del 77,2 per cento rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Ancora più evidente il recupero della fabbrica torinese, che ha visto aumentare del 151,1 per cento la sua attività. Queste due fabbriche sono quelle che hanno registrato le crescite maggiori almeno secondo quanto riporta il rapporto Fim Cisl sul terzo trimestre di cui vi abbiamo scritto ieri.
Stellantis Melfi e Mirafiori ripartono con Jeep Compass e Fiat 500 ibrida
Il merito principale di questo aumento della produzione nelle due fabbriche è da attribuire alla nuova Jeep Compass per quanto riguarda Melfi e alla Fiat 500 ibrida per Mirafiori. Il loro debutto nelle attività produttive, insieme alla tenuta della Panda, hanno permesso di recuperare parte delle perdite dello scorso anno. Per entrambe le fabbriche, l’arrivo delle nuove vetture sta quindi avendo un effetto evidente sui volumi, dopo un periodo di cali continui.
Bisogna anche evidenziare che il confronto avviene con un 2025 molto difficile e che quindi comunque facendo un paragone con gli anni precedenti la produzione resta comunque molto bassa. Nel caso di Melfi, il sindacato ha messo in particolare in evidenza la differenza coi risultati del 2019. Il miglioramento c’è, ma la strada da fare per arrivare a numeri davvero interessanti è ancora lunghissima.
Che la situazione è ancora lontana dalla normalità lo si evince molto chiaramente dalla situazione di Mirafiori, dove nelle ultime settimane si è nuovamente tornati a fare i conti con cassa integrazione e continui stop alla produzione. La produzione di Fiat 500 ha subito un forte rallentamento sia per la mancanza di materiali sia per un calo degli ordini. Una combinazione che ha portato alla richiesta di due settimane di cassa integrazione in ottobre. Il risultato dei nove mesi resta positivo, ma ovviamente quanto sta accadendo di recente ha allarmato e non poco sindacati e lavoratori che aspettano risposte da Stellantis.
Secondo Fim Cisl, Stellantis dovrebbe chiudere il 2026 con circa 450 mila veicoli prodotti in Italia, dei quali oltre 250 mila vetture. Sarebbe un risultato superiore a quello del 2025, ma inferiore alle attese e ancora lontano dall’obiettivo di un milione di veicoli discusso nei tavoli ministeriali. Melfi e Mirafiori contribuiscono alla risalita, ma non risolvono comunque da sole le difficoltà presenti negli altri siti.
Per la fabbrica di San Nicola di Melfi, il dossier prevede un ulteriore aumento dei volumi nel secondo semestre. Anche qui, tuttavia, la crescita convive con un utilizzo consistente degli strumenti di sostegno al reddito. Tra gennaio e settembre sono state registrate 87 giornate di fermo collettivo, gestite attraverso il contratto di solidarietà, con 123 turni persi.
Negli altri giorni lavorativi, il ricorso medio agli ammortizzatori sociali si è attestato al 40%, coinvolgendo ogni giorno circa 1.640 addetti. È il dato che mostra quanto la ripresa non abbia ancora garantito una maggiore stabilità per i lavoratori. Gerardo Evangelista, segretario regionale della Fim Cisl, considera l’aumento produttivo un segnale positivo, ma lo giudica insufficiente rispetto agli obiettivi produttivi e occupazionali dello stabilimento.
I problemi e le preoccupazioni ovviamente riguardano anche imprese dell’indotto dello stabilimento Stellantis di Melfi. Il sindacato chiede garanzie sulla prosecuzione degli ammortizzatori e una priorità per le aziende locali nell’assegnazione delle forniture.
Sono richieste che riguardano il lavoro fuori dai cancelli della fabbrica, dove la transizione produttiva continua a mettere sotto pressione imprese e occupazione. Per la Fim Cisl, la tutela dell’occupazione passa anche dalla capacità di accompagnare queste imprese nel cambiamento, evitando che il recupero dello stabilimento lasci ancora in difficoltà il territorio circostante.
Alla politica nazionale e regionale viene chiesto di coordinare gli interventi, utilizzare gli accordi di programma e gli strumenti delle aree di crisi complessa, favorendo nuovi investimenti. Ferdinando Uliano, segretario generale della Fim Cisl, allarga il tema all’Europa: servono una politica industriale capace di sostenere la transizione e un fondo finanziato anche attraverso nuovo debito comune, con risorse paragonabili a quelle del Next Generation EU.


