La crisi dello stabilimento Stellantis di Termoli ha ormai da tempo i tratti di una vera e propria storia drammatica in cui i protagonisti non sono parte di una pellicola strappalacrime al cinema. La prospettiva di un intero anno di cassa integrazione per la maggioranza degli addetti non è solo un “dato” della strategia industriale, ma un’emergenza sociale che colpisce al cuore una regione già impegnata a combattere contro lo spopolamento.
Nonostante si parli del destino del più grande polo industriale molisano, la reazione collettiva sembra quella che si vede per un aggiustamento minimo a una manovra economica. Nient’altro che un’anestesia generale che investe istituzioni e opinione pubblica.

Con 1.821 lavoratori coinvolti in un regime di sussidi su una popolazione totale che non arriva a 290.000 abitanti, non stiamo parlando di una statistica marginale, ma di un’enormità in termini di rilevanza sociale. È difficile comprendere come una ferita di queste dimensioni possa essere trattata con tale apparente tranquillità dalla politica regionale.
Il giudizio sulle strategie del gruppo Stellantis non può essere che severo. Si legge tra i diversi commentatori sui giornali di scelte “anti-italiane” da parte di una proprietà che sembra aver smarrito la bussola della responsabilità sociale. La gestione della ex azienda nazionale, ora gruppo multinazionale, appare ormai orientata a una sorta di cassa integrazione “a gettone”, utile a fare cassa e avallata da governi che, negli anni, hanno preferito guardare altrove invece di costruire una visione industriale nazionale.

Non si può rimanere indifferenti di fronte a tanto disimpegno. Accettare che il lavoro sia una variabile sacrificabile e che l’Italia sia in svendita significa archiviare il futuro del Molise come una notizia qualunque alla fine del telegiornale. L’angoscia dei lavoratori di Termoli merita uno spazio mediatico ben diverso, perché se lo stabilimento chiude i battenti, l’effetto a catena sull’indotto e sulla fiducia delle famiglie potrebbe davvero trasformare la Regione in un deserto industriale.
