Nel Mondiale Rally c’è chi ancora ha il coraggio di sporcarsi le mani di fango e investire milioni. Parliamo di Toyota, ovviamente, l’unico gigante che pare non aver perso la memoria storica. Mentre il WRC attraversa uno dei periodi più bui e anemici della sua storia recente, i giapponesi hanno deciso di voltare pagina, mettendo in soffitta la pur gloriosa Yaris per rispolverare un nome che fa venire la pelle d’oca a chiunque abbia masticato polvere negli anni Novanta. Parliamo della Toyota Celica.
Le foto rubate durante i test in Portogallo parlano chiaro, nonostante il solito camuffamento che ormai inganna solo i neofiti. Quel terzo volume in coda è un marchio di fabbrica, un ritorno alle origini che profuma di nostalgia ma che punta dritto al portafoglio dei nuovi appassionati.

La nuova Toyota Celica, attesa sul mercato tra il 2026 e il 2027, diventerà la base per la sfida iridata, raccogliendo il testimone della Yaris che dal 2017 ha retto la baracca tra versioni Plus e Rally1 ibride. Ma sotto la pelle, la musica cambia radicalmente.
Il regolamento tecnico che entrerà in vigore il 1 gennaio 2027 è figlio di una necessità disperata: tagliare i costi per non far morire lo sport. Le nuove vetture saranno costruite su un telaio tubolare, una scelta che permette flessibilità ma che sa tanto di dietrofront tecnologico rispetto alle sofisticate (e costosissime) Rally1 attuali. Parliamo di auto da circa 300 cavalli, con componenti derivate dalle attuali Rally2 e, soprattutto, un tetto massimo di spesa fissato a 345.000 euro per vettura. Una cifra che, nel mondo del motorsport d’élite, suona quasi da discount.

Al momento, Toyota è l’unica casa costruttrice ad aver confermato l’impegno totale, affiancata solo dal preparatore Project Rally One. Un segnale inquietante per la concorrenza, che sembra preferire i salotti elettrificati alla durezza delle prove speciali. Toyota, però, tira dritto: vuole sfruttare il ritorno della Celica per cementare un brand che ha già vinto tutto nel 1993 e 1994.
