Volkswagen è di nuovo il numero uno in Europa. Thomas Schaefer, responsabile del marchio di Wolfsburg, lo ha annunciato con una certa soddisfazione durante una riunione del personale. Le consegne europee del marchio Volkswagen sono cresciute del 5,1% nel 2025. Fin qui le buone notizie. Perché poi c’è il resto del mondo, e il resto del mondo racconta una storia piuttosto diversa.
In Cina, mercato che fino a qualche anno fa sembrava una miniera d’oro inesauribile, le vendite sono calate dell’8,4%. In Nord America la situazione è anche peggiore: -8,2%, e Schaefer stesso non ha usato giri di parole, definendo il mercato americano “una sfida”. Si tratta, insomma, di un problema serio, senza soluzione immediata in vista.

Nel frattempo, il marchio principale del Gruppo Volkswagen è impegnato in una ristrutturazione che prevede fino a 35.000 tagli di posti di lavoro entro la fine del 2030, frutto di un accordo con i sindacati che sa tanto di medicina amara somministrata a forza. Riduzione dei costi, rilancio delle vendite, recupero di competitività: il mantra è noto.
A dare la misura dell’entità della sfida ci pensano i numeri del piano d’investimenti. 160 miliardi di euro entro il 2030, annunciati dal CEO del Gruppo Oliver Blume a dicembre. Una cifra che impressiona, ma che fotografa anche la profondità del solco da colmare. In tutto questo, Volkswagen deve finanziare la transizione all’elettrico, tenere testa ai “ruspanti” costruttori cinesi sul loro stesso terreno, e convincere gli americani che un’auto europea vale ancora il prezzo del biglietto.

L’obiettivo dichiarato da Schaefer è riportare Volkswagen al vertice mondiale della tecnologia automobilistica entro il 2030. Cinque anni, 160 miliardi di euro, e 35.000 posti di lavoro in meno come prezzo d’ingresso. La strada giusta, dice lui. A dirla tutta, però, sembra invece l’unica strada percorribile per il colosso tedesco.
