C’è qualcosa di profondamente malinconico nel vedere Volkswagen oggi, arrivati a febbraio 2026, nelle fattezze di quella azzardata GTI Roadster Vision Gran Turismo. Parliamo di un oggetto nato ormai dodici anni fa per i pixel di Gran Turismo 6 e poi diventato un pezzo di ferro e carbonio capace di far tremare l’asfalto del Wörthersee.

Perché riproporre la GTI Roadster proprio ora con un set di foto inedite in un aggressivo verde racing? Forse perché quella roba lì, quella Volkswagen GTI, aveva un’anima che oggi fatichiamo a trovare tra un aggiornamento e una batteria agli ioni di litio.
Sotto quel guscio bassissimo, appena 1,08 m di altezza, batteva il leggendario VR6 biturbo da 3,0 litri. Un propulsore da 503 CV e 413 Nm di coppia che mandava in pensione ogni logica di downsizing. La scheda tecnica parlava chiaro: trazione integrale 4MOTION, cambio DSG a doppia frizione a sette rapporti e uno scatto da 0 a 100 km/h in 3,5 secondi. Roba da supercar travestita, neanche a dirlo, da Golf estrema, capace di toccare i 310 km/h.

La piattaforma era la MQB, la stessa di una comunissima Golf, ma accorciata e stravolta per creare una monoscocca in fibra di carbonio che pesava nulla e trasmetteva tutto. Entravi da quelle portiere che si aprivano verso l’alto e ti ritrovavi in un abitacolo funzionale, quasi spoglio, dove il piantone dello sterzo a vista e l’Alcantara ti ricordavano che la priorità era guidare, non smanettare su uno schermo centrale.

Mentre Volkswagen prepara il debutto della ID. GTI per il 2026, con l’obiettivo di venderla nel 2027, questa operazione nostalgia sulla GTI Roadster puzza di distrazione di massa. È come se Wolfsburg volesse ricordarci che sanno ancora come si fa un’auto emozionante, mentre ci vendono la transizione silenziosa.
Vedere quel concept in una nuova luce oggi è un colpo al cuore per chiunque creda che una GTI debba puzzare di benzina e non di silicio (nel caso qualcuno ne conosca l’odore).
