Oltre un’ibrida plug-in su quattro venduta in Europa durante il primo semestre del 2026 appartiene a un marchio cinese. Le 208.368 immatricolazioni raggiunte da questi costruttori corrispondono al 27,3 per cento del segmento e hanno spinto Oliver Blume a chiedere un intervento rapido dell’Unione Europea.
Volkswagen chiede dazi anche alle auto ibride plug-in cinesi

L’amministratore delegato del Gruppo Volkswagen, ultimamente in estrema difficoltà, ha affrontato il tema il 24 luglio, durante la presentazione dei risultati semestrali, chiedendo l’estensione alle PHEV delle misure già applicate alle automobili elettriche a batteria importate dalla Cina, sulle quali può gravare un dazio aggiuntivo fino al 35 per cento oltre all’aliquota ordinaria del 10 per cento.
Blume ritiene che questa protezione abbia ridotto la differenza di prezzo tra le elettriche europee e quelle cinesi, mentre le ibride plug-in continuano a entrare nel mercato senza un meccanismo equivalente. Bruxelles starebbe già valutando l’introduzione di nuovi dazi, stando a quanto emerso dal quotidiano tedesco Handelsblatt, che attribuisce l’indiscrezione a fonti istituzionali e industriali.

Il fenomeno non riguarda soltanto i volumi complessivi, perché BYD Seal U, Atto 2 e Jaecoo 7 occupano i primi tre posti tra le ibride plug-in più vendute, mentre la Volkswagen Tiguan, prima nel 2025, è scesa in quarta posizione, a conferma della rapidità con cui i costruttori cinesi hanno guadagnato spazio in una categoria importante anche per il rispetto degli obiettivi europei sulle emissioni.
Le agevolazioni fiscali riconosciute alle PHEV in diversi Paesi contribuiscono alla loro diffusione, riducendo la distanza di prezzo rispetto ai modelli esclusivamente termici, e lo stesso strumento viene utilizzato sia dalle case europee sia dai concorrenti asiatici, con la differenza che questi ultimi stanno aumentando offerta e consegne a un ritmo molto più elevato.

Il mercato europeo è cresciuto complessivamente del 5,9 per cento, raggiungendo 7,2 milioni di veicoli nei primi sei mesi dell’anno, mentre nello stesso periodo i marchi cinesi hanno raddoppiato le immatricolazioni, salite del 101 per cento a 685.990 unità, con una quota passata dal 5 al 9,5 per cento in dodici mesi.
Blume collega questa espansione anche alla pressione commerciale presente in Cina, dove numerosi costruttori competono attraverso prezzi ridotti e una frequenza elevata di nuovi lanci, così che l’esportazione permette alle aziende di cercare all’estero i volumi e i margini più difficili da ottenere nel mercato domestico.
La risposta proposta da Volkswagen non si esaurisce nei dazi, dato che Blume chiede di accelerare una politica industriale “Made in Europe” basata su quote minime di contenuto locale, incentivi collegati alla produzione regionale e sostegni pubblici destinati alla filiera, misure che dovrebbero favorire investimenti negli stabilimenti europei e ridurre la dipendenza dalle forniture esterne.
Sul piano interno il gruppo deve intervenire sulla propria capacità produttiva, e secondo quanto riportato Blume avrebbe proposto di aumentare da 50.000 a 100.000 i tagli occupazionali concordati con i sindacati, mentre quattro fabbriche tedesche potrebbero rischiare la chiusura dopo il 2030. Ha inoltre escluso la possibilità di affidare gli spazi inutilizzati degli impianti Volkswagen a costruttori cinesi.
