Volkswagen prova a rassicurare gli operai, ma il piano non convince

Blume dice di voler evitare la chiusura di quattro fabbriche Volkswagen, ma il gruppo ha già previsto circa 50.000 tagli e ne valuta altrettanti.
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Volkswagen prova a rassicurare i lavoratori sulla possibilità di evitare la chiusura di quattro fabbriche tedesche, ma le parole di Oliver Blume arrivano dopo una lunga serie di annunci molto meno concilianti. Il gruppo ha già messo in conto la scomparsa di circa 50.000 posti entro il 2030 tra Volkswagen, Audi, Porsche e altre società, mentre il suo amministratore delegato ha prospettato un’ulteriore riduzione di dimensioni simili, se non maggiore, se non sarà possibile abbassare ancora i costi.

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Volkswagen cerca alternative alle chiusure, ma altri 50.000 posti restano a rischio

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Volkswagen aveva concordato alla fine del 2024 oltre 35.000 tagli negli stabilimenti tedeschi, da realizzare principalmente attraverso pensionamenti, uscite volontarie e mancata sostituzione del personale. A questi si sono aggiunti gli interventi decisi nelle altre aziende del gruppo, portando il totale già programmato a circa 50.000 posizioni. Blume ha poi scritto ai dipendenti che altrettanti posti potrebbero essere eliminati qualora Volkswagen non riesca a colmare uno svantaggio di costo stimato intorno al 20 per cento rispetto ai concorrenti.

È in questo scenario che il manager ha dichiarato di vedere soluzioni “più intelligenti” rispetto alla chiusura delle fabbriche. La frase riguarda gli impianti Volkswagen di Emden, Hannover e Zwickau e quello Audi di Neckarsulm, ma non equivale a una garanzia sulla loro permanenza. Le chiusure fanno ancora parte del piano discusso dalla dirigenza e il progetto non è passato soprattutto per l’opposizione dei rappresentanti dei lavoratori e della Bassa Sassonia, che possiede il 20 per cento dei diritti di voto.

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Le rassicurazioni hanno quindi lasciato irrisolta la condizione di migliaia di dipendenti, ai quali viene chiesto di attendere mentre il gruppo continua a valutare riduzioni della capacità produttiva. Volkswagen sostiene di avere già abbassato mediamente del 20 per cento i costi delle fabbriche tedesche durante il 2025, ma considera il risultato insufficiente e vuole intervenire anche sul numero dei modelli, destinato a dimezzarsi entro il 2035 per ridurre le sovrapposizioni tra Volkswagen, Skoda e Seat.

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Il peggioramento delle vendite offre alla dirigenza l’argomento economico per accelerare. Tra aprile e giugno 2026 le consegne mondiali sono diminuite dell’8,6 per cento e in Cina la flessione ha raggiunto il 36,6 per cento. La capacità produttiva globale dovrebbe scendere a circa nove milioni di automobili entro il 2030, un milione in meno rispetto a oggi.

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Per gli stabilimenti minacciati si parla di riconversioni, collaborazioni con aziende esterne e produzione di veicoli sviluppati in Cina, ma nessuna di queste ipotesi si è ancora trasformata in un programma industriale capace di garantire i posti di lavoro. Le dichiarazioni di Blume arrivano dopo la bocciatura del piano da parte del consiglio di sorveglianza e sembrano rivolte soprattutto a contenere la protesta dei lavoratori, ormai esasperati dalla continua prospettiva di licenziamenti e chiusure. Le sue parole, però, non cancellano i tagli già programmati né escludono nuovi interventi sugli stabilimenti.