Il divorzio era stato chiaro, netto, certificato dalle urne nel 2016 con il 51,9% dei voti, lo ricordiamo bene, era la Brexit. Il Regno Unito aveva scelto di uscire dall’Unione Europea, e l’Europa aveva preso nota. Eppure, come spesso accade nelle separazioni difficili, i conti in comune non si chiudono mai davvero con una “semplice” firma.
Bruxelles si prepara a introdurre nuove norme che riserverebbero i sussidi pubblici ai veicoli elettrici con almeno il 70% del valore generato sul territorio europeo. L’obiettivo è smettere di finanziare indirettamente catene di approvvigionamento cinesi attraverso incentivi pensati per la transizione green del Vecchio Continente. Fin qui, tutto lineare. Il problema è che nessuno ha ancora risolto il dilemma: il Regno Unito è dentro o fuori?

Sul piano formale, la risposta è ovvia. Sul piano industriale, è un disastro annunciato. L’industria auto britannica e quella europea sono ancora profondamente intrecciate: auto prodotte a Sunderland finiscono sui mercati continentali, e i costruttori europei continuano a guardare a Londra come a un mercato imprescindibile. Recidere questo legame in nome di una “purezza regolamentare” sarebbe, per usare un eufemismo, controproducente.
A dirlo è, innanzi tutto, la Francia. Parigi, che fino a ieri difendeva un’interpretazione rigidissima delle regole di origine, ha chiesto formalmente a Bruxelles di aprire un tavolo sul ruolo del Regno Unito nel sistema. Una posizione che può sembrare una giravolta. Se l’obiettivo dichiarato è competere con i giganti cinesi e americani, indebolire una delle filiere più consolidate d’Europa è esattamente il tipo di autogol che non ci si può permettere.

Le case produttrici con stabilimenti britannici non stanno a guardare. Nissan ha già avvertito sulle conseguenze per il polo di Sunderland, uno dei più importanti del paese, con tutto l’indotto di subfornitori che vi gravita attorno. Jaguar Land Rover osserva i negoziati con non troppa fiducia.
Bruxelles potrebbe optare per un approccio basato sulla reciprocità, una sorta di collaborazione strutturata che tenga il Regno Unito abbastanza vicino da non smantellare anni di integrazione industriale, senza però spalancare le porte a una liberalizzazione incontrollata. La quadratura del cerchio, insomma. La discussione è aperta tra Commissione, Stati membri e Parlamento europeo.
