Toyota, stop a oltre 80mila auto: lo Stretto di Hormuz colpisce ancora

Toyota taglia la produzione estera a 83.000 veicoli, quasi il doppio di quanto annunciato. Colpa del blocco dello Stretto di Hormuz. I conti fanno male.
toyota Tsutsumi

C’è uno stretto di mare (recentemente piuttosto famoso) largo poco più di 50 chilometri che sta facendo tremare i conti di una delle case automobilistiche più grandi del pianeta, Toyota, l’imbattibile, oseremmo dire. Lo Stretto di Hormuz non è nuovo alla cronaca geopolitica, ma adesso il suo impatto si misura anche in stabilimenti fermi, linee di produzione sospese e revisioni al ribasso che si accumulano come bollette inevase.

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Toyota ha comunicato ai suoi principali fornitori una revisione significativa del programma di produzione. I tagli esteri salgono a circa 83.000 veicoli entro novembre, più del doppio rispetto alle 38.000 unità annunciate in precedenza. La ragione è che il blocco dello Stretto di Hormuz ha colpito la domanda in Medio Oriente e in Asia, e l’aumento dei prezzi del carburante ha ulteriormente frenato l’interesse per i veicoli a benzina. Chi voleva un SUV ora ci pensa due volte.

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Tra i modelli più colpiti figurano i RAV4 a benzina assemblati in Cina e la gamma Innovative International Multipurpose Vehicle destinata ai mercati emergenti. Toyota aveva già ridotto la produzione interna di 40.000 unità nei mesi di marzo e aprile per i mercati mediorientali. Tra giugno e settembre arriverà un’ulteriore riduzione di 1.500 unità nazionali, con i modelli commerciali Probox e le station wagon Corolla Touring a fare le spese maggiori.

La risposta strategica esiste, almeno sulla carta. Si tratterebbe di aumentare produzione ed esportazione di Prius ibride e veicoli elettrificati per compensare parzialmente i tagli. Una mossa logica, ma che arriva in un momento in cui i numeri fanno già abbastanza male da soli.

toyota Tsutsumi

Il bilancio del 2026 non è roseo. Utile operativo in calo del 21,5%, a 3.760 miliardi di yen. I dazi statunitensi hanno bruciato da soli 1.380 miliardi di yen, vanificando i guadagni ottenuti da volumi di vendita più alti, revisioni di prezzo e crescita dei servizi. Toyota ha già avvertito che le previsioni potrebbero peggiorare ulteriormente se le condizioni in Medio Oriente e nel mercato del greggio dovessero deteriorarsi ancora.

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Nel frattempo, a inizio maggio, la seconda linea dello stabilimento di Tsutsumi, in provincia di Aichi, in Giappone, si è fermata per due giorni. Lì si produce anche la Camry. Un giorno di stop è stato programmato anche per lo stabilimento di Kakamigahara, nella prefettura di Gifu. Per giugno, al momento, nessuna sospensione è prevista negli impianti nazionali.

In questo scenario, Toyota starebbe valutando di importare in Giappone, a partire da ottobre, i minivan Noah e Voxy prodotti a Taiwan, da inserire nella propria gamma principale. Quando si inizia a guardare fuori casa propria per rifornire il mercato domestico, significa inevitabilmente qualcosa negli equilibri produttivi si è già spostato.