C’è un vecchio detto che dice: “trai i due litiganti, il terzo gode”. Pare proprio che nel caos geopolitico dello Stretto di Hormuz, il terzo gode in silenzio, parla cinese e produce batterie. Mentre il mondo osserva con ansia il barile di greggio sfondare quote prezzo record, Wang Chuanfu, il grande capo di BYD, sussurra una verità scomoda: il blocco dei mari sta spingendo le vendite estere del suo marchio a “un altro livello”.

Non è solo cinismo, è verità del mercato. Se la benzina diventa un lusso per pochi, l’auto alla spina smette di essere una scelta green e diventa una necessità di portafoglio.
In Australia, Nuova Zelanda e Filippine sta succedendo l’incredibile. Volumi di vendita che prima richiedevano due settimane di lavoro ora vengono bruciati in ventiquattro ore. È un’accelerazione brutale, un “effetto fionda” che ha costretto BYD a ritoccare i target export: da 1,3 a 1,5 milioni di unità per il 2026. Una boccata d’ossigeno vitale per il colosso di Shenzhen, che in patria iniziava a mostrare il fiato corto con un utile netto crollato del 19% nel 2025. La guerra dei prezzi in Cina, alimentata spesso da BYD stessa, ha trasformato il mercato interno in un tritacarne da cui è necessario scappare.

E l’occasione è arrivata dalle petroliere bloccate. Con il prezzo della benzina oltre i 4 dollari al gallone negli USA e le immatricolazioni di auto elettriche che raddoppiano in Corea del Sud, il vantaggio strutturale della Cina appare imbarazzante. Pechino domina l’intera filiera, batterie, minerali, infrastrutture, e si è preparata a questo scenario per cinque anni.
Persino l’Europa e il Canada, storicamente pronti a erigere muri tariffari, iniziano a mostrare crepe. Quando la sicurezza energetica bussa alla porta, l’orgoglio industriale spesso esce dalla finestra. Il Canada ha già allentato le maglie per le importazioni cinesi e l’UE valuta “prezzi minimi” meno punitivi.
Il conflitto iraniano ha forse compresso in poche settimane una transizione che avrebbe richiesto anni di incentivi e preghiere. Tutto da vedere se una volta spenti i focolai a Hormuz (con annunci americani che hanno avuto decisamente poco seguito per quanto riguarda l’alleato israeliano), questo slancio resterà o se torneremo tutti a piangere davanti al display di una pompa di benzina.
