Ci sono lavori difficili, e poi c’è quello di direttore del design di Porsche. Praticamente, danno le chiavi di un’icona automobilistica e chiedono di farla evolvere, senza poi toccarla davvero. È ciò che Michael Mauer ha gestito dal 2004 con una precisione quasi chirurgica. Quando è arrivato, Porsche era redditizia ma esteticamente confusa. Lui ha trasformato linee incerte in muscoli aerodinamici, ha salvato la Panamera dall’aspetto di berlina gonfiabile e ha partorito la 918 Spyder. Non male per chi ogni giorno rischiava la lapidazione se osava guardare storto la sacra 911.

Ora Mauer se ne va, ma non scappa. Resta per il periodo di transizione, una sorta di garanzia vivente che il DNA Porsche non finisca tradito. Perché il problema è che la clientela è fedele, ma sta invecchiando. Serve sangue nuovo, gente cresciuta con lo smartphone in mano, senza però far infuriare i puristi. Un equilibrio da funambolo.
E chi chiamano per sostituire una figura così ingombrante? Tobias Suhlmann, ovviamente. Non uno qualunque, uno che ha fatto il giro delle grandi. Volkswagen, poi Bugatti, dove si impara cosa significa “prezzo irrilevante”, Aston Martin con la V12 Vantage, Bentley e la Batur, infine McLaren dal 2023. Il suo curriculum grida una cosa sola: Porsche vuole salire di livello, puntare al lusso esclusivo, non più solo alle sportive accessibili.
L’intenzione è lampante. Suhlmann sa parlare a quella clientela che non guarda l’etichetta del prezzo ma pretende l’irripetibilità. I compiti che lo aspettano sono monumentali. Finalizzare la futura 718 (Boxster e Cayman) e dare forma al discusso SUV di lusso a sette posti. Come ha detto Michael Leiters, CEO di Porsche, la sua esperienza nel mercato di fascia alta definirà il profilo futuro del marchio.

Vedremo anche se Suhlmann riuscirà nell’impresa più difficile: far evolvere Porsche dando l’impressione che nulla sia cambiato. Perché toccare la 911 non è design. È teologia.
