Mentre in Europa stiamo parlando di listini e incentivi, a Oriente una guerra logistica (ma non solo, ovviamente) sta trasformando il commercio delle auto usate in un incubo. Il settore del trasporto marittimo internazionale è in piena crisi e rischia di far saltare un giro d’affari da 19 miliardi di dollari solo per le vetture usate che arrivano dall’Asia verso l’Occidente.
La tensione tra Iran, Stati Uniti e Israele, gli ultimi due attori di un’operazione bellica sulla (anticamente) Persia, ha scatenato blocchi portuali, richieste di depositi cauzionali fino a 5.000 dollari per singola auto e rotte alternative che fanno lievitare i costi di spedizione. E così, prezzi finali più alti e meno vetture disponibili sui mercati di destinazione, con un effetto domino che si sente fino all’ultima concessionaria.

Il cuore del problema si chiama Stretto di Hormuz. È il passaggio obbligato per migliaia di auto usate dirette verso Medio Oriente e Africa. Con la situazione geopolitica che si è fatta rovente, le grandi compagnie di navigazione hanno iniziato a cancellare traversate, a pretendere garanzie economiche pesanti o a dirottare le navi su rotte più lunghe e care.
I numeri parlano chiaro. Nel 2025 le esportazioni congiunte di Giappone e Corea del Sud hanno toccato il record di 19 miliardi di dollari. Solo gli Emirati Arabi Uniti hanno importato 224.000 veicoli dal Giappone, pari al 15% del totale. Quando questi flussi si inceppano, l’intera filiera trema.
Un caso emblematico arriva da Kobe Motor, società di Yokohama che ogni anno muove 18.000 auto. Pochi giorni fa un carico di 500 vetture destinate allo Sri Lanka è rimasto fermo in mare per dieci giorni: costi extra e ritardi che nessuno voleva. E non si salvano nemmeno le regine del lusso: Ferrari, Lamborghini e Rolls-Royce bloccate nei porti asiatici.
A Incheon, in Corea del Sud, la situazione è surreale. Tra marzo e settembre il 70% del parco auto è rimasto stoccato nei depositi, con noli marittimi in costante salita e il prezzo del petrolio che continua a gonfiare le spese.

Di fronte al caos, gli operatori si arrangiano come possono. Alcuni importatori stanno dirottando i flussi verso Africa e America Latina. Altri, più prudenti, aspettano che la situazione geopolitica si calmi. Peccato che cambiare mercato significhi scontrarsi con norme diverse, standard tecnici nuovi e abitudini di acquisto completamente differenti. Il riallineamento non sarà né rapido né indolore.
