Il silenzio dei robot nelle fabbriche cinesi fa molto più rumore di un motore VTEC a pieni giri. Lo ha capito a proprie spese Toshihiro Mibe, CEO di Honda, uscito da una recente visita ai fornitori in Cina con la faccia di chi ha appena visto il proprio necrologio, ma scritto in mandarino.
La sua ammissione è di un’onestà brutale, quasi eretica per un top manager di Tokyo: “Non abbiamo alcuna possibilità contro questo”. Non è solo una questione di bulloni, ma di un ecosistema dove l’efficienza estrema e l’automazione totale hanno trasformato la produzione in un processo chirurgico privo di mani umane e di costi superflui.

Mentre l’occidente e il Giappone si incartano in burocrazie e lanci biblici, colossi come BYD e NIO sfornano nuovi modelli in soli 18-24 mesi. Praticamente la metà del tempo che serve a una Honda o a una Toyota per decidere il colore di una nuova gamma veicoli. I numeri, d’altronde, non mentono mai e quelli di Honda in Cina sono un bollettino di guerra: dalle 1,6 milioni di unità vendute nel 2020 si è passati alle misere 640.000 previste per il 2026. Un tracollo che ha mandato la capacità produttiva sotto la soglia della sopravvivenza economica.
La reazione di Mibe è nostalgia e disperazione. Si vorrebbe quasi riportare indietro le lancette dell’orologio al 1960, riesumando la Honda R&D come unità indipendente. È il tentativo di ritrovare lo spirito di Soichiro Honda, quello che negli anni Settanta stupì il mondo con il motore CVCC, ridando libertà agli ingegneri per ritrovare una creatività che oggi sembra sepolta dai processi aziendali elefantiaci.
Basterà l’indipendenza ingegneristica per fermare un’invasione che viaggia a velocità doppia? Per tentare il miracolo, Honda sta spostando il baricentro in India, dove nascerà il progetto elettrico “0 Alpha”, nel tentativo estremo di tagliare i costi e digitalizzare tutto il digitalizzabile.

C’è chi paragona le auto cinesi agli attrezzi di Temu, economici ma pronti a rompersi al primo sforzo (ingenerosamente), e chi, invece, fa notare che se non si torna a produrre auto accessibili, la proverbiale affidabilità diventerà solo un bel ricordo per collezionisti.
La sfida per Mibe è tutta qui, dimostrare che Honda è ancora un “attrezzo professionale” in un mercato che sta imparando a farsi bastare l’apparente usa e getta tecnologico di Pechino.
