Il risveglio è servito, ed è un incubo da 65 miliardi di dollari. Di cosa stiamo parlando? Il 2026 si apre con il rumore sordo di un’illusione che si infrange contro il muro della realtà. Quella transizione all’elettrico, venduta fino a due anni fa come l’unico dogma possibile, un percorso inevitabile e senza ritorno, si è ufficialmente incagliata. I numeri “elettrici” (badate bene, non elettrizzanti) non mentono e, purtroppo per i signori del marketing, non accettano giustificazioni ideologiche.
Le perdite cumulative dell’industria automobilistica globale hanno toccato quota 65 miliardi di dollari in soli dodici mesi. Un salasso che costringe i colossi del settore a una ritirata disordinata verso lidi più sicuri, ovvero l’ibrido e, udite udite, il caro vecchio motore termico. Lo stiamo notando in diverse “salse” e decisioni meno rischiose sui modelli elettrici un po’ ovunque.

Il 2025 è stato l’anno della verità. Mentre la politica tagliava gli incentivi, specialmente oltreoceano, il consumatore reale, quello che i conti deve farli con lo stipendio, ha risposto con un secco “no, grazie”. Troppo care, troppo poca autonomia, troppa incertezza. Il risultato? Un cortocircuito tra offerta forzata e domanda latente che ha lasciato i piazzali pieni e i bilanci in rosso sangue.
Guardiamo in faccia i protagonisti di questo “mea culpa” industriale. Stellantis, in prima linea in questa tempesta, ha annunciato un reset da 26 miliardi di dollari, cancellando programmi per vericoli elettrici che sembravano intoccabili. Ford segue a ruota con una svalutazione da quasi 20 miliardi, mentre Volkswagen, Volvo e Polestar arrancano tra revisioni dolorose e tagli ai budget.
Se l’Europa prova ancora a resistere, arroccata nel suo isolamento normativo verso il fatidico 2035, il resto del mondo, intanto, ha già cambiato marcia.

Mentre ci spiegano che il futuro era una spina, Stellantis ha cominciato a rispolverare il V8 Hemi in America e riportato (più) diesel in Europa. È la vittoria del pragmatismo sulla teoria. La domanda ora non è più “quando” saremo tutti elettrici, ma quanto ancora l’industria potrà permettersi di ignorare che la transizione vera non si fa a colpi di decreti.
