Honda annuncia la perdita storica e i dirigenti pagano con lo stipendio

Honda annuncia la prima perdita annuale dalla quotazione in Borsa del 1957: fino a 690 miliardi di yen di rosso nel bilancio 2025.
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Erano passati sessantotto anni senza mai scivolare in rosso. Poi arriva il 2025 e Honda riscrive la propria storia finanziaria nel modo peggiore possibile. La casa giapponese ha annunciato ufficialmente che prevede di chiudere l’anno fiscale 2025 (aprile 2025, marzo 2026) con una perdita netta. La prima dalla quotazione in Borsa, avvenuta nel lontano 1957. Non un dettaglio: un punto di rottura che cambia il racconto di uno dei costruttori più solidi del pianeta.

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I numeri fanno impressione. Honda stima una perdita operativa compresa tra 270 e 570 miliardi di yen (ovvero fino a 3 miliardi di euro), a fronte di una previsione che solo qualche mese fa indicava 550 miliardi di yen di utile. La perdita netta attesa oscilla invece tra 420 e 690 miliardi di yen (oltre i 3,7 milioni di euro), contro i 300 miliardi di profitto precedentemente previsti. Un ribaltamento contabile brutale.

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Dietro le cifre c’è la strategia sull’elettrificazione. Non poteva essere altrimenti. Honda ha dovuto rivalutare, anzi “ridimensionare profondamente”, il proprio piano di transizione verso i veicoli elettrici, e quella rivalutazione ha un costo che ora si legge chiaramente nel bilancio. La corsa all’elettrico, affrontata con ambizioni forse sovradimensionate rispetto alla domanda reale, presenta il conto.

La risposta del vertice aziendale ha una componente quasi rituale, tipicamente giapponese: i dirigenti restituiranno volontariamente una quota della retribuzione mensile per tre mesi, a partire dall’anno fiscale 2026. Il presidente e il vicepresidente taglieranno il 20% dello stipendio mensile, i membri del Consiglio Esecutivo e i direttori responsabili delle operazioni automobilistiche arriveranno al 30%. Un gesto simbolico che vale anche come dichiarazione pubblica di responsabilità.

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Non è la fine di Honda, è evidente. Ma è la fine di una narrazione di solidità ininterrotta costruita in quasi sette decenni. E in un mercato automotive globale già attraversato da tensioni sui dazi, pressioni sui costi delle batterie e domanda elettrica che stenta a decollare come previsto, perdere l’aureola del “mai in rosso” non è un fatto neutro.