Da Ducati a Lamborghini: Volkswagen sta per vendere i gioielli di famiglia?

Volkswagen incassa quasi 10 miliardi di euro dalla vendita di Everllence a Bain, ma il successo viene subito oscurato dal piano shock di tagliare fino a 100.000 posti di lavoro e chiudere quattro stabilimenti. Tra transizione elettrica, concorrenza cinese e pressione sul debito, il gruppo valuta nuove cessioni, da PowerCo ad asset più prestigiosi come Ducati e Lamborghini.
Lamborghini Revuelto ducati

Oliver Blume, amministratore delegato di Volkswagen, ha avuto meno di 48 ore di tempo per festeggiare la ricca vendita della divisione motori marini Everllence prima che l’operazione venisse totalmente (e nuovamente) oscurata dal terrificante piano di tagliare fino a 100.000 posti di lavoro. Una mazzata epocale, specchio dell’urgenza in cui versa il colosso di Wolfsburg, schiacciato tra una transizione elettrica complessa e l’offensiva spietata dei marchi cinesi.

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Oliver Blume, CEO di Volkswagen

Da quando Blume ha assunto la guida del gruppo nel settembre 2022, il prezzo delle azioni Volkswagen è crollato di quasi la metà, spingendo la più grande casa tedesca a pianificare un ridimensionamento che, per proporzioni, supererebbe i brutali licenziamenti storici operati da General Motors e IBM negli anni Novanta. Il piano prevede infatti di tagliare quasi un sesto dei 625.000 dipendenti totali e di chiudere ben quattro stabilimenti.

Eppure, l’asta per Everllence, denominata “Progetto Nikolaus”, era stata un capolavoro di diplomazia finanziaria. I giganti del private equity, Bain, CVC ed EQT, si sono dati battaglia fino alle 7 del mattino, consegnando le offerte finali in busta chiusa nella hall di uno studio legale a Francoforte, dopo aver sbrigato le formalità legali dal notaio il giorno precedente per accelerare i tempi.

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Everllence

Alla fine l’ha spuntata l’americana Bain, strappando la quota di maggioranza del 51% per una valutazione complessiva di quasi 10 miliardi di euro (debito incluso), ben oltre i 6 miliardi originariamente stimati lo scorso anno, garantendo a Volkswagen proventi per 7,4 miliardi. Bain ha vinto non solo per il prezzo, ma per le migliori relazioni con i sindacati e per la disponibilità a farsi carico dei rischi legati a un’indagine giapponese sui dati dei consumi dei motori.

Patrick Hummel, analista di UBS, ha avvertito che i guadagni dell’asta rischiano di essere interamente azzerati dai costi della maxiristrutturazione interna nella seconda metà dell’anno, escludendo di fatto qualsiasi aumento dei dividendi. Il grande dilemma di Blume è se questi miliardi serviranno a finanziare la prossima generazione di veicoli o se finiranno semplicemente bruciati per coprire le inefficienze del Gruppo.

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Per fare cassa e ridurre il debito, Volkswagen sta già ipotizzando di vendere altri asset non strategici, come le quote nella divisione batterie PowerCo o nell’unità di guida autonoma ADMT, dopo aver già ridotto la presenza nei camion di Traton.

Sullo sfondo restano le pressioni dei consulenti per sacrificare i veri gioielli di famiglia: vendere Ducati o lanciare l’IPO per Lamborghini e per il brand statunitense di pick-up Scout. Qualcuno suggerisce persino una ritirata strategica drastica, come bloccare del tutto gli investimenti in perdita su PowerCo per tagliare i costi irrecuperabili.