Luglio ha consegnato un dato che vale la pena leggere con molta attenzione: 1,85 milioni di veicoli elettrici e plug-in venduti in un mese solo, con una crescita del 9% anno su anno. Questi ultimi cinque mesi consecutivi di aumento della domanda globale sono un segnale importante, una direzione, ma facciamo un passo dentro i numeri.
Si nasconde qui una frattura sempre più profonda tra i mercati. L’Europa è, sorprendentemente, il motore del momento. 450.000 unità a luglio, +33% su base annua, con una crescita da inizio anno che sfiora il 28%. Francia, Germania e Regno Unito hanno messo a segno rispettivamente +81%, +46% e +43%, cifre che però non si spiegano con l’entusiasmo dei consumatori, ma con qualcosa di molto più prosaico.
Gli incentivi, proprio loro, sempre loro. Nei principali mercati europei, negli ultimi diciotto mesi, è stato ripristinato un sistema di sussidi che ha fatto quello che i sussidi fanno: ha spostato le decisioni d’acquisto. Benchmark Mineral Intelligence lo dice senza giri di parole.
Dall’altra parte del mondo, la Cina scivola del 5% a 980.000 unità. Non un crollo, ma un segnale che il mercato interno comincia a mostrare i primi segni di saturazione, almeno nelle fasce già penetrate. Le case automobilistiche cinesi, sempre più, guardano all’estero per alimentare la crescita. Le esportazioni sono diventate la valvola di sfogo di un ecosistema che produce più di quanto riesca ad assorbire in casa.
Il caso nordamericano è invece più brutale. Meno 27% in un mese, 140.000 unità. La rimozione degli incentivi fiscali federali sugli elettrici negli Stati Uniti ha prodotto esattamente l’effetto che chiunque avrebbe potuto prevedere: i consumatori hanno smesso di comprare, anzi, hanno smesso di comprare a quella velocità. Il mercato statunitense si è dimostrato ancora una volta sensibilissimo alla leva fiscale, forse più di quanto i costruttori volessero ammettere nei loro piani strategici.
L’unica sorpresa, nel senso positivo, arriva dal resto del mondo: +97%, 280.000 unità. Una categoria residuale che comincia ad avere un peso specifico non trascurabile, alimentata da mercati emergenti che stanno “saltando” la fase termica.
I volumi complessivi da gennaio a luglio si attestano a 11,5 milioni di veicoli. Un’industria in transizione, certo, ma una transizione che, evidentemente, ha bisogno di essere accompagnata.


