In un Paese che ha fatto dell’emergenza una condizione esistenziale, il tempo di un respiro profondo di 20 giorni è tutto ciò che il Governo Meloni ha deciso di concedere agli automobilisti italiani. Mentre i prezzi alla pompa tornavano a mordere, gonfiati dalle solite tensioni geopolitiche in Medio Oriente che fungono da perfetto alibi per i mercati, il Consiglio dei ministri ha calato il taglio temporaneo delle accise su benzina e diesel.
Parliamo di circa 25 centesimi al litro di sconto, un’elemosina di Stato che però ha una data di scadenza già scritta sulla sabbia, ovvero i primi di aprile. Dopodiché, cala il sipario e si torna a pagare il conto pieno, salvo improbabili colpi di scena e proroghe dell’ultimo minuto.

La misura è operativa da subito e tocca anche il GPL con un risparmio di 12 centesimi, ma nasconde una grottesca clausola all’italiana: i distributori autostradali sono fuori dai giochi. Se viaggi per lavoro o per necessità e hai l’ardire di imboccare l’autostrada, per lo Stato sei un cittadino di serie B, condannato a pagare il prezzo intero oltre all’immancabile balzello del pedaggio. Bisogna pur sempre far cassa proprio lì dove il rifornimento è un obbligo e non una scelta.
Per tentare di arginare l’effetto domino del caro carburanti sui prezzi al consumo, è stato previsto un credito d’imposta del 20% per le aziende di autotrasporto, supportato da un fondo di circa 10 milioni di euro esteso persino al settore della pesca. Una pezza per evitare che l’aumento del gasolio affondi definitivamente quel che resta del potere d’acquisto dei cittadini.
Nel frattempo, entra in scena il Garante per la sorveglianza che dovrebbe vigilare affinché i listini rispecchino l’andamento del mercato internazionale. Una figura che sulla carta rassicura, ma che nella pratica rischia di essere l’ennesimo arbitro senza fischietto. Di certo, dare la caccia al colpevole tra i benzinai non risolverà la sensazione di smarrimento dei cittadini.

Il vero nodo, d’altronde, resta intoccabile. Le accise italiane sono un museo degli orrori della nostra storia fiscale, un accumulo di tasse nate per finanziare la guerra d’Etiopia o il disastro del Vajont, mai rimosse e diventate pilastro inamovibile del bilancio pubblico.
