BMW taglia, non il numero destabilimenti, per ora, ma le persone impegnate in questi, soprattutto quelle che siedono negli uffici. Il gruppo bavarese ha rivisto le stime di margine per l’intero esercizio 2026: dall’intervallo iniziale del 4-6% si scende a un misero 1-3%. Risultati deludenti pubblicati a giugno, crollo del titolo in borsa, e ora la conferma ufficiale che Monaco è entrata in una fase di ristrutturazione profonda.

Il segnale più visibile è stato l’uscita dal Salone di Parigi 2026, annunciata senza troppi giri di parole. Quando un costruttore rinuncia al proprio palcoscenico preferito, sicuramente qualcosa si è rotto.
Dietro le quinte, secondo Bloomberg, si lavora a un piano che prevede l’eliminazione di circa 8.000 posti di lavoro, concentrati prevalentemente in Germania. La differenza rispetto al caso Volkswagen, che sta affrontando una crisi di proporzioni ben più brutali, con fino a 100.000 esuberi previsti entro fine decennio, è totale: BMW non vuole toccare le linee produttive. I tagli, infatti, puntano ai livelli dirigenziali e alle funzioni amministrative, con un’estensione significativa ai reparti di ricerca e sviluppo.
L’approccio è quello già visto in altri grandi gruppi europei sotto pressione: niente licenziamenti di massa, ma piani di uscita volontaria, meno traumatico politicamente, più lento nei risultati. L’attuazione dovrebbe partire da ottobre e proseguire fino al 2027.
Su 150.000 dipendenti totali nel mondo, 8.000 rappresentano poco più del 5%. Un numero che, guardato così, sembra quasi gestibile. A Monaco, però, non è il numero che pesa: è il segnale. BMW ha costruito la propria reputazione sull’efficienza tedesca e sulla capacità di navigare le transizioni meglio degli altri. L’elettrico in ritardo, i margini in caduta libera, Parigi disertata sono tutti elementi di una narrativa che inizia a scricchiolare.

Il confronto con Volkswagen resta inevitabile, ma anche parzialmente ingiusto. Wolfsburg affronta una crisi sistemica con la chiusura di stabilimenti storici e tensioni sindacali che rischiano di diventare politiche. Monaco, per ora, sceglie un percorso più silenzioso, più “soft”.
