Lo stabilimento Stellantis di Belvidere tornerà a produrre auto, almeno secondo l’ultimo piano messo sul tavolo dal gruppo. La data indicata è la fine del 2029, con una nuova generazione della Jeep Cherokee destinata a diventare il modello simbolo della riapertura. Per i lavoratori dell’impianto dell’Illinois, però, è difficile lasciarsi andare all’entusiasmo. Negli ultimi anni di promesse ne sono arrivate parecchie e non tutte si sono trasformate in qualcosa di concreto.
Stellantis Belvidere ripartirà con la nuova Jeep Cherokee, ma questa volta i lavoratori vogliono vedere i fatti
Il motivo di tanta cautela è facile da capire. Nel 2023, durante le trattative con la UAW, Stellantis aveva promesso di riportare la produzione a Belvidere già nel 2027, affidando allo stabilimento un nuovo pickup di medie dimensioni. Il progetto era molto più ampio e comprendeva anche un centro di distribuzione ricambi e un impianto per batterie da circa 3 miliardi di dollari. Per una fabbrica chiusa e per un territorio che per anni aveva vissuto attorno a quell’impianto, sembrava davvero l’inizio di una nuova fase.
Poi, però, le cose hanno preso un’altra direzione. Il pickup è stato rinviato, il centro ricambi e la fabbrica di batterie non sono mai partiti e Stellantis ha cambiato programma più volte. A un certo punto era stato annunciato un nuovo piano con Jeep Cherokee e Compass da produrre a Belvidere sempre dal 2027, accompagnato da un investimento da 600 milioni di dollari e dal ritorno di migliaia di posti di lavoro. Anche quella tabella di marcia, però, non è rimasta in piedi.
L’ultima versione del progetto mantiene la Cherokee, ma sposta tutto in avanti di circa due anni. La produzione dovrebbe iniziare entro la fine del 2029, per un modello destinato ad arrivare sul mercato come model year 2030. La Compass, invece, è sparita dall’ultimo annuncio ufficiale. Stellantis ha comunque assicurato che Belvidere produrrà anche un secondo veicolo sulla piattaforma STLA One, senza però dire quale.
È proprio questo passato fatto di continui cambiamenti ad aver spinto Matt Frantzen, presidente della UAW Local 1268, a mantenere i piedi per terra. Il suo messaggio è semplice: bene gli annunci, ma questa volta bisogna vedere i lavori andare avanti davvero. E qualche segnale concreto, in effetti, comincia ad esserci.
Negli ultimi mesi circa 45 operai specializzati hanno lavorato sulle attrezzature dello stabilimento e Stellantis avrebbe accettato di aggiungerne altri 20. Secondo quanto comunicato dal sindacato agli iscritti, il gruppo prevede per Belvidere una capacità di circa 200.000 veicoli all’anno, organizzata su due turni. L’investimento complessivo potrebbe arrivare a circa 2,1 miliardi di dollari, tenendo conto anche degli aiuti statali e federali previsti per il progetto.
I lavori preparatori sarebbero già partiti. Stellantis avrebbe speso circa 60 milioni di dollari fino a luglio e ne avrebbe messi in programma altri 60 milioni nei prossimi mesi. Il calendario, almeno oggi, prevede la costruzione dei primi prototipi della nuova Cherokee entro il secondo trimestre del 2028. Nella seconda metà dello stesso anno dovrebbe rientrare un primo gruppo di dipendenti per la formazione, mentre la produzione vera e propria dovrebbe partire entro la fine del 2029.
C’è poi tutta la questione dei lavoratori rimasti senza impiego dopo la chiusura. Stellantis ha accettato di prolungare e aumentare i sussidi integrativi, mentre chi nel frattempo si è trasferito in altri stabilimenti del gruppo conserverà la possibilità di tornare a Belvidere quando la fabbrica ripartirà. Per molti ex dipendenti è probabilmente uno degli aspetti più importanti dell’intero accordo.
Resta particolare anche la storia della Jeep Cherokee. Stellantis ha appena lanciato negli Stati Uniti il nuovo modello 2026, prodotto a Toluca, in Messico, ma già pochi anni dopo dovrebbe sostituirlo con una nuova generazione basata su STLA One. Secondo Sam Fiorani di AutoForecast Solutions, il cambio di piattaforma permetterebbe al gruppo di produrre in maniera più efficiente e soprattutto di adattarsi meglio a un mercato americano che oggi richiede molta più flessibilità tra motori tradizionali, ibridi ed elettrici.


