Ha fatto notizia recentemente l’acquisto per 40 milioni di dollari di una (particolare, neanche a dirlo) Ferrari Luce. A Monterey, dove ogni agosto il denaro incontra la benzina nel modo più spettacolare possibile, Ferrari ha fatto quello che sa fare meglio, ovvero stupire.
La Luce numero 0, stimata poco più di un milione di dollari in pre-asta, è uscita dalla sala a quaranta volte quel valore. La Daytona SP3 si è fermata a 17,25 milioni. Cifre che non hanno bisogno di commento, ma che Jefferies ha comunque commentato, mantenendo il rating “buy” e confermando il prezzo obiettivo a 400 euro per le azioni quotate a Milano, circa il 12% di upside rispetto ai 356,80 euro attuali, e 435 dollari per quelle americane.
Il dato che conta davvero è il premio mediano del 58% rispetto alle stime d’asta. Enzo, LaFerrari, F40, F50, sono le classiche recenti che hanno superato dell’88% i prezzi delle stesse vetture nelle aste del 2025. Nuovi collezionisti che entrano nel mercato, capitali freschi che cercano riserva di valore con il cavallino sul cofano.
Jefferies legge questi risultati come conferma di una tesi che porta avanti da tempo, ovvero che Ferrari non è solo un costruttore d’auto, è un meccanismo di estrazione del valore dalla scarsità. L’offerta di usato si contrae, i prezzi dei modelli pre-SF90 tengono e salgono, e ogni asta alimenta la narrativa del brand.
Il broker sottolinea anche il contributo crescente dei modelli fuori dalla gamma principale. Vetture come la SP3 o la Luce non sono eccezioni al catalogo, sono leve strategiche per allargare il perimetro del marchio senza diluirne il valore. Quando il mercato secondario vale così tanto, anche il listino ufficiale acquista un’aura diversa.
Entro fine anno sono attesi altri due nuovi modelli. Jefferies li inquadra come ulteriore benzina sul fuoco del pricing power, all’interno di quello che definisce un profilo di crescita differenziato nel lusso. Ferrari cresce come vuole, a modo suo, con i propri tempi e con i propri prezzi.



