Cassino non è in vendita e Termoli non resta senza futuro. Sono questi i due messaggi più attesi arrivati dall’audizione di Antonio Filosa, amministratore delegato di Stellantis, davanti alle commissioni Industria di Camera e Senato. Un passaggio politico e industriale molto osservato, perché riguarda il destino di alcuni degli stabilimenti italiani più sensibili del gruppo.
Filosa rassicura sugli stabilimenti italiani: Cassino resta nel gruppo, Termoli punta su eDCT e Gse
Sul sito in provincia di Frosinone, Filosa ha escluso ipotesi di cessione e ha ribadito che anche Maserati resta dentro il perimetro Stellantis. Il manager ha però aperto alla possibilità di lavorare con un partner industriale per il futuro del marchio, tra Modena e Cassino. La formula indicata è chiara: Stellantis manterrebbe il 51% dell’equity, lasciando il 49% al partner. Una maggioranza considerata essenziale per conservare voce sulle vetture da produrre e distribuire.
Per Termoli, dopo il tramonto della gigafactory, la rotta passa invece da cambi eDCT e motori Gse. Filosa ha definito questa scelta strategica, spiegando che dal 2027 la produzione europea di eDCT dovrebbe superare 1,5 milioni di unità annue. Sul Gse l’ambizione è forte: farne un motore importante come lo storico Fire. Secondo l’ad, nuove trasmissioni e motori possono garantire allo stabilimento più opportunità rispetto al progetto della gigafactory.
Nel quadro più ampio, Stellantis punta a saturare gli impianti italiani all’80% entro il 2030, partendo da livelli oggi vicini al 30%. Tra gli annunci figurano una terza e-car a Pomigliano, nuove versioni della 500 a Mirafiori dal 2030 e un investimento da un miliardo in cinque anni ad Atessa, cuore dei veicoli commerciali.
Restano però nodi pesanti. Filosa ha citato il costo dell’energia: 205 euro al MWh in Italia, contro 90 in Spagna e 100 in Francia. Ha chiesto attenzione anche sul costo del lavoro e su meccanismi di flessibilità. Sindacati e politica si dividono: la maggioranza parla di cambio di passo, mentre le opposizioni contestano le richieste sul lavoro.

Dal fronte industriale, Confindustria ha giudicato coraggiose le parole sull’energia, mentre le sigle sindacali restano divise tra apertura e scetticismo. Il piano promette continuità, ma la prova decisiva sarà trasformare gli impegni in produzione reale già nei prossimi anni in Italia.
