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Cassino, la crisi Stellantis accende la protesta: secondo la Fiom si va verso la chiusura

Centinaia di lavoratori sono scesi in piazza aderendo allo sciopero unitario proclamato da Fim, Fiom e Uilm

Cassino

Cassino, vive un momento molto delicato. Lo stabilimento di Stellantis vive una fase di forte difficoltà tra produzione ridotta, ammortizzatori sociali e assenza di prospettive industriali chiare. È in questo contesto che centinaia di lavoratori sono scesi in piazza aderendo allo sciopero unitario proclamato da Fim, Fiom e Uilm, in una mobilitazione che ha riportato al centro il futuro del sito laziale e del suo indotto.

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Il corteo è partito da piazza De Gasperi e si è concluso in piazza Diaz, coinvolgendo non solo gli operai dello stabilimento, ma anche amministratori locali, sindaci e rappresentanti del tessuto produttivo del territorio. Un segnale chiaro di quanto la situazione di Cassino non riguardi soltanto la fabbrica, ma l’intera economia dell’area, da anni legata alla presenza industriale del gruppo automobilistico.

Dal palco sono arrivate parole molto dure. Il segretario generale della Fiom, Michele De Palma, ha descritto Cassino come un “buco nero” per i lavoratori di Stellantis e dell’indotto, sottolineando la gravità di una crisi che, a suo giudizio, non può più essere affrontata con misure temporanee o rassicurazioni generiche. “È come se fosse già in chiusura“, ha insistito De Palma,Accanto a lui, anche i vertici di Fim e Uilm, Ferdinando Uliano e Rocco Palombella, hanno chiesto risposte immediate e impegni precisi sul futuro dello stabilimento. Palombella ha evidenziato un dato particolarmente pesante: nel 2026, a Cassino, i giorni effettivi di lavoro sarebbero stati appena dieci, un numero che fotografa con estrema chiarezza la portata della difficoltà.

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Stellantis Cassino

I numeri dell’occupazione raccontano un ridimensionamento che negli anni è diventato strutturale. Lo stabilimento è passato infatti da circa 4.500 addetti agli attuali 2.300, con una parte consistente della forza lavoro coinvolta in cassa integrazione o in contratti di solidarietà. È proprio questa combinazione tra calo produttivo, riduzione occupazionale e mancanza di nuovi modelli a preoccupare sindacati e territorio, che vedono in Cassino uno dei casi più critici dell’automotive nazionale.

Da qui la richiesta, rivolta direttamente alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni e all’amministratore delegato di Stellantis, Antonio Filosa, di aprire al più presto un tavolo di confronto. L’obiettivo indicato dalle organizzazioni sindacali è quello di arrivare a una discussione vera tra governo, azienda e filiera prima della presentazione del nuovo piano industriale, così da affrontare non soltanto l’emergenza attuale ma anche il posizionamento futuro del sito nel quadro produttivo italiano.

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Il nodo centrale resta quello dei modelli. A differenza di altri poli produttivi del gruppo, come Mirafiori, Melfi o Pomigliano, Cassino non ha ancora ricevuto progetti concreti capaci di rilanciare i volumi e dare una prospettiva industriale stabile. I ritardi legati allo sviluppo delle nuove generazioni Alfa Romeo e all’avanzamento della piattaforma STLA Large hanno lasciato gli impianti ampiamente sottoutilizzati, alimentando l’incertezza tra i lavoratori e tra le aziende dell’indotto.

stellantis cassino

A complicare ulteriormente il quadro c’è anche il cambio di rotta strategico verso l’ibrido, maturato in risposta a un mercato elettrico meno rapido del previsto. Questa revisione ha finito per allungare i tempi di lancio dei nuovi modelli. Le future Alfa Romeo Giulia e Stelvio, inizialmente attese tra il 2025 e il 2026, sono state rinviate almeno al 2028, se non oltre. Un rinvio che pesa enormemente su Cassino, dove l’assenza di novità produttive ha lasciato lo stabilimento in una condizione di sospensione prolungata.

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Per questo la protesta di Cassino va oltre il singolo sciopero. È il segnale di una tensione crescente in uno dei luoghi simbolo dell’industria automobilistica italiana, dove il problema non è più soltanto la riduzione dei turni, ma la mancanza di una direzione chiara. Ed è proprio su questo che sindacati e territorio chiedono ora risposte rapide: non promesse generiche, ma un piano concreto per evitare che la crisi si trasformi in un declino irreversibile.