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Le Alfa Romeo da sogno firmate Franco Scaglione

Ecco alcune opere del “biscione” che si sono giovate dell’incredibile estro del progettista toscano.

Alfa Romeo 33 Stradale Franco Scaglione
Foto FCA HERITAGE

Chi ama l’Alfa Romeo non può che conoscere Franco Scaglione. Dalla sua matita è uscita una delle auto del “biscione” più belle di tutti i tempi: la mitica 33 Stradale. Stiamo parlando di un’autentica opera d’arte, che si è ritagliata uno spazio nell’Olimpo. Il designer toscano, nel definirne le forme, ha avuto un’ispirazione celestiale. Innamorarsene perdutamente è un fatto naturale, per tutti, anche per chi non ha gli ottani nel sangue. Non fu l’unica Alfa Romeo a sua firma. Alcune, però, come lei, si sono distinte più di altre. Scopriamole insieme.

Alfa Romeo Bertone B.A.T.

Si tratta di concept car, la cui sigla è l’acronimo di Berlinetta Aerodinamica Tecnica. Pur non essendo delle auto destinate al mercato, hanno guadagnato un posto nella storia, per la forza espressiva del loro design. Il look esotico le ha consegnate all’immaginario collettivo, come espressioni di una vena creativa spaziale. Tre gli esemplari in cui l’idea ha preso forma. Sono nati tra il 1953 e il 1955. Questi i nomi: B.A.T. 5, B.A.T. 7 e B.A.T. 9. Unica la firma: quella di Franco Scaglione, autore del loro stile per Bertone. Il designer toscano, non condizionato da vincoli, ha dato libero sfogo alla sua fantasia, concedendo agli appassionati degli slanci fuori dagli schemi.

Il moto creativo non è stato imbrigliato da regole: unico scopo quello di stupire, magari con alcune trovate capaci di fare da stimolo per lo stile di qualche opera del “biscione” successiva. A concedersi come “cavia” per questi veicoli sperimentali fu l’Alfa Romeo 1900 C, di cui non è rimasta una virgola sul piano visivo. Oltre che bizzarre, le vetture della serie Berlinetta Aerodinamica Tecnica erano anche molto efficienti sul piano aerodinamico, perché questo fu l’unico target scientifico cercato in fase di progettazione.

Alleate del vento

La B.A.T. 5, simile a un’astronave, aveva un Cx di 0.23. Poi fu il turno della B.A.T. 7, che fece ancora meglio, portando il coefficiente di resistenza aerodinamica a quota 0.19: il più basso della straordinaria famiglia. La successiva B.A.T. 9 aveva dei numeri più comuni, perché interpretava il tema con gli occhi puntati su un eventuale sbarco in listino, che però non avvenne. Questo spiega la minore esasperazione stilistica della carrozzeria, diventata più “discreta”. Cuore pulsante dei tre modelli è un motore a quattro cilindri in linea da 2 litri, con 100 cavalli di potenza. La cifra non era bassa in senso assoluto, ma lo diventava rispetto alla presenza scenica delle B.A.T., che lasciavano immaginare qualcosa di più vigoroso sotto il cofano.

Grazie all’ottima aerodinamica, i 200 km/h diventavano accessibili sulle due versioni che aiutavano meglio la scorrevolezza dei flussi. Come abbiamo riferito in un’altra circostanza, l’energia di queste Alfa Romeo veniva scaricata a terra col supporto di un cambio manuale a cinque marce, preso dal pianeta terra. Oggi le tre vetture appartengono ad un unico collezionista, che qualche anno fa le comprò in blocco alla stratosferica cifra di 14.8 milioni di dollari. Immagino l’emozione che prova quando nel suo garage le luci illuminano le sfavillanti carrozzerie disegnate da Franco Scaglione.

Alfa Romeo 2000 Bertone Sportiva

Per questa coupé del 1954 Franco Scaglione seppe stupire tutti, con soluzioni stilistiche di grande presa. In una cornice dimensionale compatta (4160 mm di lunghezza e 1540 mm di larghezza), il designer toscano seppe incidere una tela di grande valore creativo, degna del suo riconosciuto talento. Nata come concept car, questa vettura prese forma in quattro esemplari, due dei quali spider. Qui ci occupiamo della versione chiusa. Nei suoi tratti si leggono le note della bellezza, coniugate a quelle di un’accurata ricerca aerodinamica. Da segnalare la presenza di singolare sottoporta, che somiglia alle moderne minigonne. Il suo scopo? Aiutare lo smaltimento del calore prodotto dagli scarichi.

Nello specchio di coda si colgono gli spunti stilistici poi messi a frutto dalla successiva Giulietta Sprint, al cui design Franco Scaglione concorse. La trama dialettica miscela le note della modernità, dello stile, dell’efficienza, dell’innovazione e della fluidità. Il tutto in un quadro caratteriale forte e inconfondibile. Miracoli che solo a un grande maestro dello stile potevano riuscire. Base di lavoro fu il telaio tubolare della Disco Volante, ma con passo accorciato a 2200 mm. Rispetto alla donatrice, il corpo grafico è completamente diverso.

Cuore sportivo

La spinta fa capo a un motore 4 cilindri in linea da 1997 centimetri cubi di cilindrata, derivato da quello della 1900 Super. Qui la potenza massima tocca quota 138 cavalli, erogati a 6500 giri al minuto, su un peso a secco di 915 chilogrammi. L’energia viene scaricata a terra con l’ausilio di un cambio manuale a 5 rapporti sincronizzati. Notevole la punta velocistica, che si spinge nel territorio dei 220 km/h. Sportivo l’abitacolo, che non si concede voli pindarici: la semplicità è la nota dominante. Non è certo un limite, perché sulle auto sportive serve l’essenziale, qui presente con classe.

L’Alfa Romeo 2000 Sportiva doveva prendere forma in cento esemplari. Questo, almeno, era l’orientamento del management. Il prodotto era maturo e i responsi dei collaudi furono incoraggianti, ma i vertici aziendali, per ragioni sconosciute, decisero di percorrere altre strade. Così la vettura prese forma in quattro esemplari: due coupé e due spider. L’esperienza messa a frutto con lei, però, non fu confinata alla loro nascita, ma ebbe delle ripercussioni felici sulle produzioni future del marchio. Oggi l’Alfa Romeo 2000 Sportiva continua a ricordare agli appassionati il felice rapporto di Franco Scaglione col marchio del “biscione”.

Alfa Romeo 33 Stradale

Questo è il più grande capolavoro di Franco Scaglione. Come riferisce il sito di FCA Heritage, nel disegnare l’Alfa Romeo 33 Stradale il progettista toscano seppe trasformare in modo prodigioso le architetture prettamente funzionali di un’auto da corsa, che bada soltanto all’efficienza, in fantastici aspetti stilistici. Solo un grande artista poteva riuscire in una simile impresa, con un risultato di tale splendore. Questa è forse l’auto del “biscione” che più di ogni altra merita un poster in camera. La sua bellezza è mozzafiato, nonostante l’apparato tecnico da prototipo da gara.

Sin dal debutto, avvenuto il 31 agosto 1967 sulla pista di Monza, lasciò tutti a bocca aperta. Il merito è delle sue forme perfette. Siamo al cospetto di una scultura a quattro ruote, entrata nell’Olimpo del comparto. Impossibile resistere al fascino delle sue seduzioni, che profumano di corse e di arte. Il legame col motorsport, che si coglie visivamente, ma in un quadro raffinato, è l’espressione estetica della sua essenza. Questa vettura, infatti, mutua tante soluzioni dalla Tipo 33 da gara, di cui è una sorta di versione stradale.

DNA da corsa

Basti dire che il motore è lo stesso 2 litri del prototipo da pista, solo leggermente ammorbidito. Un V8 da 230 cavalli a 8800 giri al minuto, che lascia 40 cavalli di vantaggio all’unità da corsa ma che segna un riferimento in termini di potenza specifica per un modello del listino “commerciale”. I suoi numeri fanno impressione anche oggi e restano straordinari per un aspirato destinato a circolare sulla normale rete viaria. Alla progettazione dell’unità propulsiva lavorarono due progettisti geniali, ben noti agli appassionati: Giuseppe Busso e Carlo Chiti. Dal loro cappello non poteva che uscire qualcosa di veramente eccezionale.

Le prestazioni erano spaventose per i suoi tempi, agevolate anche dal peso a vuoto di soli 690 chilogrammi. Per lo scatto da 0 a 100 km/h bastavano 5.6 secondi (ma alcuni collaudatori fecero decisamente meglio). La velocità massima si inoltrava nel territorio dei 260 km/h. Cifre assolutamente fuori dal comune, come il suo stile del resto. Al cambio manuale a 6 rapporti il compito di assecondare il pilota nella gestione del vigore energetico. Sublimi le musicalità meccaniche, strettamente connesse all’universo racing. Di questa vettura si ricorda anche un impegno cinematografico nel film “Un bellissimo novembre” del 1969, con Gina Lollobrigida.

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