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La Ferrari 250 GT 2+2 sacrilega, con motore Corvette C4

Intervenire su una Ferrari, con interventi di ingegneria genetica, è roba da inferno.

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Installare il motore di un’altra auto su una creatura di Maranello è l’atto sacrilego per antonomasia nell’universo delle quattro ruote. Proprio ciò è successo a una povera Ferrari 250 2+2, cui è stato trapiantato il cuore di una Chevrolet Corvette C4. Non sappiamo il motivo all’origine della decisione, ma ci stupisce che ancora oggi non sia provveduto al ripristino dell’originalità di questo esemplare.

Il motore è da sempre l’anima viva di una Ferrari, il suo elemento più identificativo. Se poi appartiene alla stirpe dei V12 della serie 250, la cosa vale ancora di più. Per questo ha il sapore di una pugnalata al cuore la decisione di mettere al suo posto un molto meno nobile propulsore Chevrolet small-block LT1 di seconda generazione.

Sì, la potenza non manca (anzi nel caso specifico è pure superiore), il sound è vigoroso, ma non scherziamo con le cose serie. Un motore Ferrari è un motore Ferrari, per ingegneria, passione, emozioni, fascino, storia, erogazione, sound, gamma operativa. Rimpiazzarlo è eresia allo stato puro. La 250 GT 2+2 di cui ci stiamo occupando è dotata anche di una serie di accessori aftermarket, che la rendono ancora più indigesta.

Un capolavoro è stato trasformato in un prodotto inquietante. I gruppi ottici anteriori in stile 250 California, poi, profumano di sfottò. L’esemplare è in vendita su Bring a Trailer. Ancora per poche ore è possibile acquistarlo. Al momento in cui scriviamo l’offerta più alta è di 130 mila dollari. Spero che finisca presto nelle mani di un vero appassionato del “cavallino rampante”, che ne ripristini la completa originalità.

La storia della Ferrari 250 GT 2+2…originale

Oggetto del trattamento sacrilego è stata, come dicevamo, una Ferrari 250 GT 2+2, prima creatura a quattro posti del “cavallino rampante” prodotta in larga scala. Costruita dal 1960 al 1963, quest’auto sportiva fece il suo sbarco in società in occasione della 24 Ore di Le Mans, condotta dal direttore di gara della sfida della Sarthe.

Per la prima volta si aveva a che fare con una “rossa” a quattro posti veri. Le precedenti realizzazioni della specie, infatti, offrivano soltanto dei piccoli strapuntini posteriori, da usare per i più piccoli o nelle situazioni emergenziali.

Il maggior spazio abitabile garantito dalla nuova opera fu reso possibile allungando e allargando il corpo vettura della 250 GT Coupé, rispetto alla quale il motore fu posto in posizione più avanzata di 200 millimetri. Il nome del modello riporta una cifra che rimanda alla cilindrata unitaria e, soprattutto, a una famiglia di auto che hanno scritto alcune delle pagine più belle della storia del marchio di Maranello.

Motore V12 della più nobile tradizione

Cuore pulsante della Ferrari 250 GT 2+2 (chiamata GTE negli Stati Uniti d’America) era un V12 da 3 litri, a singolo albero a camme in testa, che erogava una potenza massima di 240 cavalli a 7000 giri al minuto.

L’alimentazione di questa unità propulsiva, disposta in posizione anteriore e longitudinale, era affidata a 3 carburatori doppio corpo Weber, che lo irroravano di liquido energetico. Il vigore del motore trovava un degno alleato nel cambio di velocità a quattro marce più “overdrive”, adatto per questa tipologia di modello. In totale, 957 esemplari presero forma con tale configurazione. Notevoli le prestazioni, ben rappresentate dalla velocità massima di 230 km/h.

Come riferisce il sito della casa di Maranello, la carrozzeria di questa vettura teneva conto degli ultimi studi condotti sull’aerodinamica, abilmente trasferiti su una linea molto elegante. Il merito del lavoro così riuscito era ascrivibile alla solita arte creativa di Pininfarina, grande maestro dello stile italiano.

Nessuno poteva vestire meglio di lui il telaio a traliccio tubolare della Ferrari 250 GT 2+2. Quest’auto del “cavallino rampante” disponeva di freni a disco sulle quattro ruote, chiamati a rallentare la foga del modello, il cui peso a vuoto era di 1280 chilogrammi. Peccato che qualcuno abbia scelto di modificarne la natura, con un terribile intervento di ingegneria genetica.

Fonte | Road and Track

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