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Le 3 Alfa Romeo station wagon più strane di sempre

Le familiari non sono la migliore espressione del DNA Alfa Romeo, ma alcune risultano davvero insolite.

Screen shot da video Sound Lab

Quando si parla di Alfa Romeo, la connessione mentale va ai modelli dall’indole più sportiva e sensuale, non certo alle station wagon. D’altronde, la lunga tradizione del marchio nell’universo dorato del motorsport ha lasciato un segno indelebile nella storia. Il campionario di emozioni incise nell’apparato emotivo degli appassionati è rimasto indelebile. La cosa vale di più per quanti hanno vissuto direttamente o indirettamente l’epoca romantica dell’automobilismo.

Anche i modelli più eleganti del marchio si sono distinti per quel piglio dinamico che fa la differenza. Nel corso degli anni, però, non sono mancate delle auto insolite, che hanno spezzato la tradizione. Poi ci sono state alcune station wagon un po’ goffe. Non ci riferiamo certo alla versione familiare della 159, davvero riuscita nella sua tela stilistica. Ecco, allora, le più strane versioni familiari dei modelli Alfa Romeo. La scelta, come al solito, è soggettiva. Altri potrebbero stilare elenchi diversi, non condividendo quello che abbiamo messo a punto oggi. A voi l’analisi.

Alfa Romeo 1900 Ghia Giardinetta

L’Alfa Romeo 1900 Ghia Giardinetta del 1954 è, forse, la station wagon più strana del marchio del “biscione”. Si tratta di un esemplare unico disegnato da Pietro Frua quando era in servizio presso la Carrozzeria Ghia. Di questo esemplare non si hanno notizie dettagliate, perché lo si è voluto consegnare al dimenticatoio. Il suo look è poco gradevole agli occhi di chi vede nelle Alfa Romeo delle opere di taglio sportivo.

La cosa dà ancora più fastidio se si tiene conto del fatto che lo sviluppo di questo esemplare è partito da un modello perfettamente in linea con la migliore tradizione del marchio milanese. L’Alfa Romeo 1900, nella sua configurazione classica, è una berlina a quattro porte ricca di fascino. Il suo ciclo produttivo andò avanti dal 1950 al 1959. Dal management giunsero delle disposizioni ben precise: questa creatura doveva avere delle caratteristiche tecniche adeguate al rango e contenuti di taglio innovativo. Gli sforzi progettuali raggiunsero in pieno i target richiesti.

L’Alfa Romeo 1900 fu la prima vettura del marchio a disporre di un telaio monoscocca. Fu anche la prima a prendere forma in una catena di montaggio. Due elementi che, da soli, bastano a consegnarla alla storia. La spinta faceva capo a un motore a quattro cilindri, disposto anteriormente. Questo cuore bialbero, con testata in lega leggera, era abbinato alla trazione posteriore. La cilindrata era di 1884 centimetri cubi. Il suo progetto reca la firma di un tecnico molto noto tra gli appassionati del “biscione”: quello di Giuseppe Busso.

La potenza massima era di 80 cavalli a 4800 giri al minuto, con un picco di coppia di 13,3 kgm a 3000 giri al minuto. Cifre di riferimento per quegli anni, nella specifica classe di cubatura. L’energia veniva scaricata a terra con l’ausilio di un cambio manuale a quattro rapporti, con comando al volante. Toccava quota 150 km/h la velocità massima. A smorzare le danze dell’auto provvedevano degli efficaci freni a tamburo alettati. L’Alfa Romeo 1900 berlina aveva delle sospensioni a ruote indipendenti all’anteriore, mentre al retrotreno c’era un meno raffinato ponte rigido.

Questa berlina con carrozzeria in acciaio si offriva allo sguardo con una miscela di eleganza e sportività. Ottima la sua tenuta di strada. La clientela apprezzò molto i suoi contenuti e la premiò con numeri di mercato di alto livello. Anche il design concorse al suo successo. La versione station wagon di Ghia ne pregiudicava lo spirito e l’approccio filosofico, facendo di quella proposta una delle più strane di sempre. Per fortuna quell’esemplare rimase unico, non stuzzicando tentazioni commerciali.

Alfa Romeo Alfetta Station Wagon

Questo esemplare unico risale al 1984. Nacque da un’idea del direttore della rivista Auto Capital, che fu sposata al volo da Zagato. Il debutto in società dell’Alfa Romeo Alfetta Station Wagon avvenne al Salone dell’Auto di Ginevra di quell’anno. Purtroppo i vincoli strutturali e la necessità di conservare i lamierati impedirono di dare uno sfogo migliore alla fantasia. Il risultato finale fu infatti deludente, per la disarmonia degli innesti. In pratica ci si limitò ad allungare il padiglione e ad inserire il portellone posteriore. Dietro spuntarono anche i gruppi ottici della vecchia Fiat Uno. Non proprio il massimo in termini qualitativi.

Le ambizioni produttive del modello non presero quota, anche per il sopraggiungere della nuova Alfa 90. Questa vettura familiare fu una creatura estemporanea. La base di partenza per il lavoro, come abbiamo scritto, giunse dall’Alfa Romeo Alfetta. Stiamo parlando di una berlina sportiva che rimase in listino dal 1972 al 1984. Diversi gli aggiornamenti subiti negli anni, per tenerla al passo coi tempi nel lungo ciclo produttivo. Le sue linee, frutto del centro stile interno, sono tese e piene di vigore. Pur essendo gradevoli, non entusiasmano. Il marchio del “biscione” ha saputo fare meglio in altre interpretazioni, ma qui si entra nelle sabbie mobili dei pareri personali, permeati di soggettività. Comunque, sono state una buona base per lo sviluppo delle opere successive.

A favore del modello giocavano le valide doti prestazionali e l’ottimo comportamento stradale. Oltre che emotivamente coinvolgente, l’Alfa Romeo Alfetta era anche versatile, comoda e funzionale. Purtroppo le finiture non onoravano al meglio le ambizioni. Questo deludeva, e non poco. Faceva ritornare il sorriso sul volto il motore, sempre coinvolgente, a prescindere dalla cilindrata e dall’allestimento scelto. Per la versione station wagon si puntò sull’unità da 1962 centimetri cubi di cilindrata, con 130 cavalli di potenza e 177 Nm di coppia massima. Le finiture, in questo allestimento, risultavano un po’ più accurate.

Il cambio era a 5 marce, disposto al retrotreno in blocco con differenziale. La sua manovrabilità lenta e imprecisa, specialmente in scalata, dava molto fastidio. I freni erano tutti a disco con comando idraulico a doppio circuito, servofreno a depressione e limitatore di frenata sul retrotreno. La velocità massima dichiarata era pari a 185 km/h, mentre il passaggio da 0 a 100 km/h richiedeva poco più di 11 secondi. Nelle prove strumentali fatte da alcune riviste, l’Alfetta ottenne però dei risultati ancora più tonici, che la ponevano al vertice della categoria. Il modello aveva una scocca metallica autoportante a struttura progressivamente differenziata.

Alfa Romeo Giulia Promiscua

Un’altra station wagon strana è l’Alfa Romeo Giulia Familiare. Stiamo parlando di una versione speciale derivata dalla vecchia serie del modello, prodotto dalla casa milanese negli anni dal 1962 al 1977. Questa vettura fu proposta in un ricco ventaglio di varianti, ma la versione familiare è quella più insolita della gamma. Alcuni giorni fa ci siamo occupati dell’esemplare della specie usato, alcuni decenni fa, dalla Polizia Stradale. Oggi quella vettura ha una nuova identità, dopo il trattamento messo a punto dagli uomini di Alfaholics.

Le Alfa Romeo Giulia della linea “Promiscua” (o Giardinetta) trovavano impiego, in genere, nelle missioni di servizio aziendali. Erano equipaggiate tutte col cuore da 1.6 litri di cilindrata. Si trattava di pezzi semi-artigianali, nati presso alcune carrozzerie indipendenti, come Colli, Grazie, Giorgetti e Introzzi. Il fatto che avessero una paternità diversa rendeva differenti i diversi esemplari di questa interpretazione. La spinta, come dicevamo, giungeva da un motore da 1570 centimetri cubi. Si trattava di un quattro cilindri in alluminio, alimentato con un carburatore doppio corpo Solex, in grado di sviluppare una potenza massima di 92 cavalli a 6000 giri al minuto. L’energia veniva scaricata sulle ruote posteriori con il supporto di un cambio a 5 marce. Sul fronte della velocità massima, ci si spingeva nel territorio dei 165 km/h.

Le sospensioni anteriori sfoggiavano degli sportivi quadrilateri sovrapposti, mentre dietro i tecnici del “biscione” furono più conservativi, optando per un più convenzionale ponte rigido. A contrastare le danze del modello provvedevano inizialmente dei freni a tamburo, che accusavano qualche limite. Poi venne il turno dei più efficaci dischi, che garantivano frenate più potenti e affidabili. L’Alfa Romeo Giulia era molto curata nella meccanica e nell’aerodinamica. Dalla sua c’era pure una scocca a deformazione differenziata. Una prova della cura che i progettisti avevano posto verso temi di fondamentale importanza come quelli della sicurezza attiva e passiva.

Tra i punti di forza del modello, meritano di essere segnalate le performance, l’agilità e la tenuta di strada. Il fatto che nell’immaginario collettivo venga collegata agli inseguimenti a ruote fumanti da parte delle forze dell’ordine conferma indirettamente questi suoi pregi. Ricordiamo con piacere i tanti omaggi resi dal mondo del cinema a questo modello, capace di guadagnare la scena con la forza della sua personalità. Il look dell’Alfa Romeo Giulia è perfettamente intonato alla tradizione del marchio e si concede alla vista con connotati fortemente identitari. Ciò rende la vettura davvero inconfondibile, da qualsiasi prospettiva di osservazione.

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