in

Le Ferrari di 3 cantanti lirici italiani molto famosi

Gli interpreti tricolori del bel canto hanno scelto delle splendide Ferrari per il loro diletto.

Le Ferrari hanno un fascino magnetico e ammaliante, che conquista sin dal primo sguardo. I personaggi famosi non sono immuni al richiamo delle auto del “cavallino rampante”, che entrano nel cuore dalla porta principale. Impossibile fare un elenco degli attori, dei cantanti e degli altri personaggi del jet-set che hanno avuto almeno una “rossa” in garage.

Oggi ci occupiamo dei tenori del Belpaese. Ricordiamo prima che i grandi interpreti del bel canto si sono espressi sempre con parole di lode verso le creature di Maranello e il loro sound. Penso alle frasi dette dagli spagnoli Placido Domingo e José Carreras. Ma penso soprattutto a Luciano Pavarotti, che rientra nello spirito del nostro post, dedicato agli esponenti italiani della lirica, specialità amata anche da Enzo Ferrari.

Quest’ultimo, da giovane, sognava di diventare cantante di operetta. Potremmo quindi parlare di passioni incrociate col maestro Pavarotti, per due personaggi modenesi di altissimo spessore, che hanno comunicato al mondo l’immagine più bella della nostra nazione. Gli altri due artisti a quali dedicheremo spazio, parlando delle loro Ferrari, saranno Mario Del Monaco e Giuseppe Di Stefano. Se lo gradite, seguiteci nel nostro percorso alla scoperta dei gioielli del “cavallino rampante” che hanno custodito nel box.

Mario del Monaco: Dino 206 GT

La Ferrari Dino 206 GT nacque dal desiderio di far crescere i numeri di mercato. Il modello nacque con quella che può essere definita la prima “catena di montaggio” della casa di Maranello. Una scelta frutto anche dal desiderio di ottimizzare le procedure e di ridurre i costi industriali. Questa vettura prese forma dal 1968 e al 1969, per poi cedere il passo alla più vigorosa 246. Il nome del modello rende omaggio alla memoria del figlio di Enzo Ferrari, prematuramente scomparso. La sigla numerica riporta un paio di caratteristiche dell’auto: la cilindrata di 2 litri e l’architettura a 6 cilindri.

Mario Del Monaco se la concesse come meritato premio per la sua luminosa carriera. Il tenore toscano fu uno dei più rappresentativi interpreti del bel canto negli anni cinquanta e sessanta. Immagino i duetti in auto tra la voce sensuale della creatura emiliana e quella scura e potente che usciva dalle sue corde vocali. La spinta della Ferrari Dino 206 GT, come dicevamo, era garantita da un cuore di quasi 2000 centimetri cubi, che sviluppava una potenza massima di 180 cavalli a 8000 giri al minuto.

Anche se il quadro prestazionale non era quello di riferimento nell’ambito della gamma, il suo brio non deludeva certo la clientela che, con questa vettura, poteva spingersi fino ai 230 km/h. Il cambio a 5 marce era come la bacchetta di un direttore d’orchestra e, insieme all’acceleratore, segnava il ritmo delle sue musicalità meccaniche. L’alluminio fu il materiale scelto per dare forma alla carrozzeria, firmata Pininfarina e costruita da Scaglietti, le cui meravigliose alchimie stilistiche vestivano il classico telaio tubolare in acciaio.

Luciano Pavarotti: F40

Pochi sanno che Luciano Pavarotti è stato tra i fortunati possessori della mitica Ferrari F40. Dopo la scomparsa del grande cantante lirico, quella magnifica fuoriserie è finita nella collezione di Sebastian Vettel. Così continua ad essere in ottime mani. Il celebre tenore modenese amava le “rosse” e per coronare il sogno automobilistico emiliano puntò sul modello più affascinante del listino: il modo migliore per appagare il cuore. Della supercar emiliana apprezzava la linea da sogno e la sua energia meccanica. A lei riservò molte attenzioni.

Diciamo che Pavarotti la custodì con vero amore. Ci piace immaginarlo nel parco della sua villa, mentre canta al ritmo delle musicalità meccaniche del V8 biturbo da 2.9 litri. Questo cuore regalava una spinta pazzesca alla Ferrari F40, con la forza dei suoi 478 cavalli di razza, chiamati a spingere un peso a secco di soli 1000 chilogrammi. Le proverbiali scariche di coppia regalate dalle due turbine inchiodavano al sedile e toglievano il respiro. Come abbiamo riferito in altre circostanze, oggi molte auto sanno fare meglio in accelerazione e nei tempi in pista, ma l’intensità delle sensazioni regalate da questo oggetto dei desideri resta di un altro pianeta.

Il fatto che più di tutte le altre supercar sia entrata nell’apparato emotivo della gente sta a confermare come sia la regina della specie. Una vera ed autentica icona, da tutelare sotto l’egida dell’Unesco, come una delle migliori prove del genio creativo umano, espresso senza contaminazioni negative in un ricco ventaglio di aree stilistiche e ingegneristiche. La Ferrari F40 è la “rossa” più coinvolgente dai tempi della 330 P4. Il suo look sembra quello di un prototipo strappato alla pista, ma raffinato nell’esecuzione dialettica. Un capolavoro assoluto, che anche il maestro Luciano Pavarotti ha saputo apprezzare al meglio.

Giuseppe Di Stefano: Dino 246 GT

La Dino 246 GT, nota anche come Ferrari Dino 246 GT, riprende le linee della precedente Dino 206 GT. Il modello prese forma dal 1969 al 1973. Sublime la tela stilistica regalata da questa creatura a motore posteriore-centrale. Il codice numerico riportato nella sigla racconta due dati tecnici del modello: la cilindrata di 2.4 litri e l’architettura a 6 cilindri. Giuseppe Di Stefano scelse la coupé, ma in gamma era disponibile anche la versione spider (GTS).

Immagino il piacere provato al volante di quella vettura dal tenore siciliano, considerato uno dei cantanti lirici più popolari e amati del dopoguerra. Magari, in qualche uscita su quattro ruote, avrà aggiunto la sua voce all’orchestra della “rossa”, animata da 195 scalpitanti cavalli di razza, a 7600 giri al minuto. Il suono di quel cuore era magico e prezioso, a dispetto del piccolo frazionamento. C’erano alcune similitudini con le alchimie musicali dei più vigorosi V12 del marchio. Rispetto alla 206, che si giovava soltanto di pannelli in alluminio, sulla Dino 246 la carrozzeria era in acciaio, ad esclusione di porte e cofani.

Il passo crebbe di misura, come la lunghezza e l’altezza, ma le proporzioni e lo stile rimasero quasi inalterati. Pochi i dettagli differenti, come il tappo del serbatoio, ora coperto da uno sportellino. La superiore potenza erogata dal motore era più che sufficiente a compensare l’inevitabile incremento del peso fatto registrare alla bilancia dalla Dino 246 GT rispetto alla Dino 206 GT. Notevoli le prestazioni, da rapportare a quel periodo storico. L’accelerazione da 0 a 100 km/h veniva liquidata in 7.2 secondi, mentre la velocità massima si spingeva a quota 235 km/h.

Looks like you have blocked notifications!

Lascia un commento