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“Italia indietreggia tra i Paesi produttori auto” Cgil su Stellantis

Il settore Automotive dovrebbe essere trainante, ma in Italia secondo la Cgil, le istituzioni non fanno nulla, lo dimostra il caso Stellantis.

Le vacanze sono finite e i lavoratori in diversi settori tornano al lavoro come regola vuole. In molte fabbriche del settore Automotive in Italia, il rientro è slittato. Soprattutto negli stabilimenti Stellantis, la pausa in molte Regioni d’Italia diventa più lunga del previsto.

La carenza di semiconduttori, cioè di quei microchip le cui forniture vengono da Paesi come Corea, Cina e Taiwan, ha provocato questa situazione. E per quanto riguarda il colosso del settore, il quarto produttore mondiale di auto, nato dalla fusione tra i francesi di Peugeot e gli italo americani di Fiat Chrysler Automobiles, questa carenza ha portato alla fermata di diversi stabilimenti.

Proprio questo il motivo di una certa fibrillazione da parte dei sindacati, che chiedono al governo tavoli di discussione e che suggeriscono interventi.

L’importanza dei poli produttivi di Stellantis in Italia e l’importanza generale del settore dell’Automotive per il tessuto economico del Paese, dovrebbero essere importanti anche per le istituzioni, ma sembra che così non lo è. Questo ciò che si evince per esempio, dalle parole di Angelo Summa, Segretario regionale per la Basilicata, della Cgil.

Per Stellantis Melfi le problematiche sono evidenti, ma vanno di pari passo con quelle del settore

Pomigliano, Val di Sangro, la Basilicata con Melfi e così via. Un po’ ovunque gli stabilimenti di Stellantis in Italia sono fermi nonostante il programma post vacanze estive fissava ad oggi 6 settembre le riaperture.

A Melfi, nello stabilimento ex FCA di località San Nicola, la situazione è delicata. Si tratta dello stabilimento che a livello di produzione, era ed è il più importante del gruppo. Lo era ai tempi di Fiat e poi di FCA, e lo è ancora oggi per Stellantis.

Melfi è lo stabilimento dove si producono più della metà delle auto del gruppo prodotte nel Belpaese. Lo stabilimento in provincia di Potenza è quello dove dal 2024 dovrebbero vedere i natali 4 nuovi modelli full electric di Stellantis, modelli di 4 brand diversi dell’azienda.

Ma Melfi è pure lo stabilimento dove da due linee produttive, una per la Jeep Compass ed una per la Jeep Renegade e per la Fiat 500 X, si passa ad una sola linea per tutti e tre i modelli. Ed è pure uno degli stabilimenti dove si doveva tornare al lavoro il 6 settembre, ma la cui apertura è slittata al 13 settembre per la crisi dei microchip.

E le casse integrazioni aumentano, con tutte le problematiche a livello di reddito e benefit che i lavoratori perdono in periodi di copertura da ammortizzatori sociali.

Delocalizzazioni e deindustrializzazione, queste le problematiche che tirano dentro anche Stellantis

È nel contesto prima esposto che si incastonano le parole che il segretario della Cgil Basilicata, Angelo Summa ha esposto. Come anche le altre sigle sindacali, la Cgil continua a chiedere l’apertura di un tavolo di discussione che tiri dentro oltre ai vertici aziendali, anche governo regionale e governo nazionale.

Il fatto che siamo in piena fase emergenziale per via della pandemia, apre paradossalmente a scenari interessanti se ci fosse l’intenzione di guardare al settore dell’Automotive dandogli l’importanza che effettivamente ha. Ma sembra che le istituzioni non siano in linea con quello che pensano i sindacati, che però suggeriscono soluzioni e danno suggerimenti sul da farsi.

“Si affronti tema delle delocalizzazioni che non hanno ragion d’essere, legate non a problemi di mercato o di produttività industriale ma a operazioni meramente speculative avvallate anche da chi dovrebbe proteggere il sistema industriale italiano come Confindustria”, questa una specie di accusa mossa da Angelo Summa.

Stellantis rischia di perdere terreno dai suoi competitor, mentre l’Italia lo perde dai Paesi Europei che producono auto

Anche se a dire il vero la carenza dei semiconduttori, oggi sempre più indispensabili per le auto, riguarda l’intero Universo delle case costruttrici di auto, anche colossi come Toyota e Volkswagen, per Summa l’Italia e Stellantis rischiano di uscire con le ossa rotte da questa situazione.

“A Melfi la mancata disponibilità di materie prime, microchip e semiconduttori sta mettendo a dura prova lo stabilimento Stellantis a vantaggio dei competitori stranieri”, questo l’allarme di Summa.

“In ragione della crisi del settore e in attesa delle ineludibili  risposte che il governo deve dare, i sindacati hanno chiesto la convocazione di un tavolo di confronto. Tema cruciale da affrontare  è quello delle delocalizzazioni che non hanno ragion d’essere, legate non a problemi di mercato o di produttività industriale ma a operazioni meramente speculative avvallate anche da chi dovrebbe proteggere il sistema industriale italiano come Confindustria”, questo l’ennesimo invito al governo a sedersi a tavolo per approfondire le problematiche del settore.

La crisi del settore sta investendo pesantemente anche lo stabilimento Stellantis di Melfi, nonostante come già detto, risulti il principale polo produttivo di Stellantis e nonostante sia dentro il progetto elettrificazione del gruppo.

Il Piano di Ripresa e Resilienza deve dare più importanza al settore auto

Se Stellantis rischia di perdere terreno dai competitor, l’Italia rischi di perdere terreno dagli altri Paesi Europei dove si producono auto, perfino quelli dove ci sono altri stabilimenti del gruppo come Francia, Germania e Polonia.

“L’Italia non può rimanere a piedi. Il settore dell’Automotive con il suo indotto non è un semplice settore economico, è linfa per l’impianto produttivo del sistema paese, al Nord come al Sud. Un settore strategico che ha bisogno di risorse economiche conseguenti a visioni di sviluppo e crescita”, così Summa considera il settore dell’auto.

In Italia poi, sembra che le istituzioni puntino soltanto ad incentivare gli acquisti di auto a basse emissioni inquinanti. Non dando importanza però ai lavoratori e agli stabilimenti dove queste auto dovrebbero venire prodotte.

“Le risorse economiche sembrano concentrarsi e fermarsi sugli incentivi per auto nuove piuttosto che su di un piano di sviluppo e crescita. Nessun  accenno programmatico, anzi, si affaccia l’idea di una deindustrializzazione dei settori trainanti proprio come l’Automotive. La cartina tornasole che pone interrogativi e deve far tenere alta l’attenzione è il depotenziamento o addirittura la chiusura di impianti che non risultano in particolare crisi di commesse come il Gkn a Firenze, azienda che si occupa di componenti destinate alle industrie del settore automobilistico. Lo scivolamento verso il basso dell’Italia nella classifica delle nazioni europee produttori di automobili dovrebbe porre in campo azioni capaci di recuperare questo gap anziché ampliarne la forbice”, questo quello che sembra un desolante quadro generale, esposto dal segretario regionale della Cgil.

Anche l’ex FCA sembra voler lasciare l’Italia o almeno ridurre la produzione

Nonostante i 4 nuovi modelli di auto elettriche a Melfi, nonostante la Gigafactory di Termoli, nonostante il progetto Full elecrtic di Alfa Romeo dal 2027, il segretario Cgil Summa parla di deindustrializzazione evidente , nonostante i numenri del mercato vadano bene.

“A leggere i dati emerge  una volontà precisa di deindustrializzazione, mentre l’Automotive dovrebbe essere interesse collettivo nazionale e, come tale, tutelato dalle speculazioni economico finanziarie di interessi esteri. Lo Stato deve intervenire anche usufruendo delle opportunità del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza che al momento non contiene misure e indirizzi dedicati all’Automotive. Questo contrariamente a quanto già sviluppato da altri paesi europei in sostegno dei loro comparti industriali automobilistici”, parole piuttosto dure quelle del segretario regionale della Cgil, che poi non lesina attacchi diretti a governo e azienda.

Infatti in chiusura, Summa dice che “questi elementi ci inducono a percepire la totale indifferenza verso il settore e, soprattutto, la mancanza di una visione di transizione industriale che collimi con quella energetica e digitale”.

E secondo il segretario Cgil, “il prezzo da pagare rischia di essere molto alto soprattutto negli anni a venire,  al Sud in modo particolare. Un rischio di desertificazione industriale che porterà in assenza di politiche alternative, al momento assenti, a impoverimento sociale su vasta scala e di interi territori”.

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