Washington dichiara guerra alla Cina? Mercedes e Volvo non ne sono affatto contente

La legge Usa contro le auto cinesi rischia di colpire anche Mercedes, Volvo e Aston Martin. Ecco perché la soglia del 15% crea un caos.
washington, casa bianca

Washington voleva chiudere la porta ai cinesi e rischia di sbattere il naso su due marchi che non vengono affatto da Pechino. Il Connected Vehicle Security Act del 2026, approvato a luglio dalla Commissione Commercio del Senato statunitense, punta a rendere strutturali le barriere già alzate negli anni: dazi oltre il 100% su certi modelli elettrici, paletti su software e sistemi connessi. Insomma, si vanno a colpire le tecnologie dei veicoli connessi legate alla Cina e agli altri paesi considerati avversari.

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Il guaio sta nella definizione. Il testo colpisce le società del settore in cui entità cinesi detengono oltre il 15% di proprietà o controllo. Il bersaglio sembrerebbe unicamente BYD. Nella pratica, il righello misura anche mezza Europa, perché i capitali dei costruttori sono più intrecciati di quanto le bandiere sui cofani lascino intendere.

Prendete Mercedes. Nessun gruppo cinese la controlla, eppure BAIC ha il 9,98% e Li Shufu, il fondatore di Geely, circa il 9,69% attraverso una società d’investimento. Sommati, si sfiora il 20%. Il tetto proposto salta, e la Stella a tre punte si ritrova suo malgrado nella casella dei sospettati.

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Il senatore repubblicano Bernie Moreno, che firma il disegno di legge insieme alla democratica Elissa Slotkin, ammette che l’intento non è tagliare fuori Mercedes dal mercato americano. Quindi, inevitabilmente, adesso si parla di emendamenti. Quello sul marchio tedesco è un effetto collaterale che i promotori ora devono spiegare.

Con Volvo la faccenda è ancora più imbarazzante. Geely ne è azionista di maggioranza dal 2010, quando la rilevò da Ford, e oggi usa le fabbriche europee del marchio svedese per allargare la propria presenza sul continente. Moreno conferma che su Volvo esistono discussioni dedicate. Difficile trattarla come un caso di frontiera.

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Nell’elenco entra anche Aston Martin, con Geely al 17% circa. I rapporti, va detto, non sono idilliaci: i due gruppi si stanno affrontando in tribunale, e Aston ha appena perso il primo round in una disputa sul logo di LEVC. Lotus, infine, è a maggioranza cinese e non ha troppe vie di fuga.

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Nessuna di queste marche è vietata, perché il testo non è legge. A fine settembre contava 51 senatori a favore, e la versione gemella alla Camera ha superato il centinaio di cofirmatari. L’iter è tutto da completare e la scrittura finale può ancora cambiare.

Il quadro è anche contraddittorio. La Casa Bianca ha fatto capire che i marchi cinesi potrebbero produrre e vendere negli Stati Uniti a certe condizioni, salvo poi escludere ogni pezzo grosso dell’automotive di Pechino dagli incontri istituzionali, mentre il Congresso lavora a un testo ben più rigido. La confusione, insomma, sembra regnare sovrana.

La lezione è che il sistema automotive globale è un groviglio, e basta una percentuale di capitale per sfumare il confine fra costruttore “cinese” e “europeo”. Forse, a Washington, qualcuno scoprirà che i partner si colpiscono più facilmente dei nemici.

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