La Cina ci vende un miliardo di euro in più, ogni giorno, di quello che le vendiamo noi. Si tratta del (già) mostruoso deficit commerciale con l’Europa. Pascal Lamy, l’uomo che da Bruxelles aprì le porte dell’OMC a Pechino e poi ne diresse la baracca dal 2005 al 2013, adesso avverte che con questo ritmo tra cinque o dieci anni il conto diventa “semplicemente insostenibile”. Detto da chi la porta l’ha tenuta aperta, fa abbastanza impressione.
Il rischio, secondo il socialista Lamy, è politico oltre che economico. Se la bilancia continua a pendere così, arriveranno problemi sociali, poi problemi politici, poi un rafforzamento delle forze di estrema destra. A settembre Alternativa per la Germania (AfD) ha vinto le regionali, e la prima giunta di estrema destra dal dopoguerra non è più un’ipotesi da talk show. Lamy aggiunge una chicca per Pechino: se gli estremisti arrivassero al potere, sarebbero molto più duri dei governi centristi di oggi.
Il cosiddetto China Shock 2.0 non riguarda più le magliette a due euro. Con i sussidi di Stato, la Cina inonda i mercati di prodotti high-tech a basso costo, e in Germania il manifatturiero perde tra 10.000 e 15.000 posti al mese.
A ottobre Macron e Merz hanno chiesto uno strumento per permettere alla Commissione di limitare o bloccare le importazioni da chi pratica “gravi e sistematiche distorsioni”. Quattro giorni dopo, la Cina ha accettato di dimezzare l’export di auto ibride verso l’UE, BYD compresa. La settimana prima il governo di Pechino giurava che non avrebbe mai accettato restrizioni volontarie. Evidentemente “mai” ha una scadenza breve.
Gli investimenti diretti cinesi in UE e Regno Unito hanno toccato quota 16,8 miliardi di euro, +67% in un anno e il massimo da sette anni. CATL ne mette 7,3 in una fabbrica che darà lavoro a 2.900 persone. Lamy applaude, e rilancia: trent’anni fa la Cina chiedeva trasferimenti tecnologici in cambio dell’accesso al proprio mercato, perché non rifare lo stesso gioco a parti invertite? Forse, però, i rapporti di forza e, quindi, il potere contrattuale, è nettamente cambiato rispetto a decenni fa. Si cede al denaro e alla forza cinese per sostenere fette importanti dell’industria auto.
Intanto Volkswagen taglia 100.000 posti entro il 2030 ma versa 3,5 miliardi nel centro R&S di Hefei e 2,4 miliardi in una joint venture con Horizon Robotics. Joerg Wuttke, ex presidente della Camera di Commercio UE in Cina, crede che per battere i cinesi nei mercati terzi bisogna prima farsi le ossa nel loro. Wang Yiwei, dell’Università Renmin, la chiama una palestra. Pechino ha già pronto lo slogan: “Opportunità Cina 2.0”.
Lamy, comunque, non scarica tutto su Pechino: senza un vero mercato interno in finanza, energia e connettività, l’Europa non sarà più forte né contro Putin né contro Trump.


