Pechino e Bruxelles si stringono la mano, e i costruttori cinesi applaudono in coro. Nessuno, in quegli applausi, pronunci la parola “tetto”. BYD, Geely e Chery hanno benedetto l’intesa sugli ibridi chiusa la settimana scorsa dopo l’incontro di Pechino dell’8 e 9 ottobre. Con loro GAC, Great Wall e la CAAM, l’associazione dei costruttori cinesi.
Parole scelte con cura dai cinesi: “evitare l’escalation”, “ambiente stabile e prevedibile”, “cooperazione”. Zero cifre, nessun volume, nessuna quota, nessun accenno al dimezzamento delle esportazioni ibride che il commissario Maroš Šefčovič dà per fatto. Stella Li, vicepresidente esecutiva di BYD, a Parigi ha ammesso di non conoscere ancora i dettagli.
Eppure i numeri sul tavolo non sono piccoli. Bruxelles immagina una salvaguardia di quattro anni con un tetto di 350.000 ibride cinesi il primo anno, più 6% annuo. Nel 2024 ne erano arrivate 107.000, nel 2025 ben 302.000. Šefčovič parla di una riduzione di oltre la metà rispetto alle importazioni previste per quest’anno. Il ministero del Commercio cinese, dal canto suo, racconta un’altra versione, con esportazioni in crescita sul 2025 e quota non inferiore a quella di qualunque altro fornitore. Stessa intesa, due letture.
Per capire perché i tre big cinesi sorridano, basta guardare il tabellino. Nel primo semestre 2026 Chery ha spedito 943.817 veicoli (+71,5%), BYD circa 792.000 (+67,8%) mentre le vendite totali calavano del 15,7% a 1.808.511 unità, e Geely Automobile Holdings 474.228 (+158%). Insieme superano i 2,2 milioni, dentro un export cinese di autovetture salito del 71,7% a 4,432 milioni.
La quota ibrida si applica però in base al paese di produzione, e le auto costruite in Europa evitano sia i dazi sia il tetto. Ed ecco spiegata la corsa ai cantieri. BYD valuta la Francia per un impianto (dove “il prezzo dell’energia è molto competitivo”) e punta a un secondo e un terzo stabilimento, con Li che sogna francesi convinti che BYD sia un marchio di casa. Quello ungherese partirà nel quarto trimestre, con circa un anno di ritardo, mentre Budapest rivede gli accordi firmati ai tempi di Orbán.
Chery tira avanti con Ebro nell’ex fabbrica Nissan di Barcellona, tra ritardi e promesse di avvio entro il 2026. Geely ha preso il 34% di una joint venture con Ford a Valencia, con produzione dal 2028, e gioca in casa con Volvo a Gand e Torslanda. GAC fa produrre le sue Aion da Magna Steyr a Graz.
Resta l’incognita Bruxelles, che intanto prepara norme “Made in Europe” per costringere i costruttori stranieri a produrre di più sul posto e ad affidarsi a fornitori europei. I leader Ue ne discutono al vertice del 15 e 16 ottobre, e la Commissione si muoverà solo con il loro via libera.


