Zwickau avrebbe dovuto essere la risposta tedesca alla transizione elettrica: moderno, specializzato, orientato al futuro. Circa 8.000 addetti, linee riconvertite interamente alla produzione di veicoli a batteria, la ID.3 come ammiraglia di una nuova era. Oggi quello stesso stabilimento gira abbondantemente al di sotto della sua capacità produttiva, e il ministro dell’Economia della Sassonia, Dirk Panter, ha tirato fuori dal cappello una proposta che fino a qualche anno fa sarebbe sembrata fantapolitica. Si tratterebbe di portare un costruttore cinese a riempire le linee vuote attraverso una joint venture con Volkswagen.

Zwickau ha già tutto, attrezzature moderne, manodopera qualificata, processi rodati per l’assemblaggio di veicoli elettrici. Quello che manca è banalmente il lavoro. La domanda di modelli elettrici del gruppo Volkswagen è rimasta stabilmente sotto le previsioni, e il gruppo ha già risposto con 1.200 posti eliminati e la riduzione dei turni da tre a due.
Una garanzia operativa esiste fino al 2030, ma non copre eventuali ulteriori esuberi se il sottoutilizzo dovesse persistere. Panter ragiona così: meglio tenere vivo il know-how produttivo della regione con un partner straniero che lasciarlo evaporare in attesa di una ripresa del mercato che nessuno sa quando arriverà.

Il contesto politico è tutt’altro che neutro. Bruxelles discute da mesi di sussidi cinesi, dazi, concorrenza sleale. L’idea di aprire uno stabilimento simbolo del Gruppo Volkswagen a un produttore di Pechino è esattamente il tipo di scenario che alimenta polemiche sulla tenuta della politica industriale europea. Volkswagen ha già smentito coinvolgimenti cinesi nella “Fabbrica Trasparente” di Dresda, ma su Zwickau il silenzio rimane piuttosto eloquente.
Il punto, alla fine, scomodo. Se uno degli impianti più avanzati d’Europa per la produzione di elettrici deve cercare volumi altrove per sopravvivere, vuol dire che la transizione non sta seguendo la traiettoria che chi ha investito miliardi aveva disegnato. Zwickau non è un caso isolato: è lo specchio di un’industria che ha corso più veloce del mercato.
