Il sindacato lo ha urlato l’1 settembre: se il consiglio di sorveglianza di Volkswagen oserà rimettere in discussione l’accordo di ristrutturazione (quello precedente, ben più contenuto di quello paventato di recente), “le fabbriche si ribelleranno in tutti gli stabilimenti”. Parole di Thorsten Gröger, responsabile IG Metall in Bassa Sassonia. Non è un gentile invito al dialogo.
La posta in gioco è enorme, infatti, si parla della più grande ristrutturazione nella storia del gruppo: fino a quattro stabilimenti chiusi, divisioni scorporate, 140.000 posti di lavoro a rischio, quasi tre volte i 50.000 concordati appena nove mesi fa con il sindacato stesso, nell’accordo del dicembre 2025. Quell’accordo, già all’epoca contestato e accompagnato da scioperi, sembrava un punto d’arrivo.
Il direttore finanziario Arno Antlitz ha provato a rassicurare i lavoratori riuniti ad Hannover, promettendo che il gruppo farà di tutto per tutelare l’occupazione. Ha anche ammesso che non esiste ancora un piano produttivo praticabile per i quattro siti a rischio, Hannover, Emden, Zwickau e Neckarsulm, quest’ultimo gestito da Audi. Tenerli aperti senza intervenire sulla capacità produttiva in eccesso costerebbe al gruppo 1,5 miliardi di euro l’anno.
I quattro stabilimenti Volkswagen non soffrono dello stesso male. Hannover è un polo per i commerciali, Emden e Zwickau sono legate a doppio filo all’elettrico, un segmento che in Germania fatica a carburare, e Neckarsulm segue le logiche di investimento del brand dei quattro anelli, con dinamiche proprie.
La governance del gruppo, storicamente favorevole ai lavoratori, fino a ieri sembrava un bastione insuperabile. I rappresentanti dei dipendenti occupano metà dei venti seggi del consiglio di sorveglianza, e la Bassa Sassonia, con il suo 20%, può bloccare qualsiasi decisione che richieda una maggioranza qualificata.
Reuters ha svelato una possibile mossa diversa: convocare un’assemblea straordinaria degli azionisti, forse già a ottobre, dove i sindacati non votano. La combinazione tra la quota del 53,3% delle famiglie Porsche e Piëch, il 17% del Qatar e il restante capitale flottante potrebbe raggiungere la supermaggioranza del 75% necessaria per cambiamenti strutturali. Il veto della Bassa Sassonia svanirebbe.
Il management rischia tanto. La joint venture cinese, probabilmente, vedrà il proprio utile crollare da quasi un miliardo di euro a 200 milioni entro un anno, con consegne già in calo di oltre un terzo in un trimestre. Il margine operativo del gruppo nel primo semestre si è fermato al 3,8% su ricavi da 158 miliardi di euro. L’obiettivo dichiarato è il 9%. Il CEO di IG Metall lo ha liquidato come “utopia”.
Il voto del 4 settembre, dunque, dirà molto. Il fatto stesso che si stia discutendo di un’assemblea degli azionisti straordinaria, uno strumento che scavalca decenni di architettura sociale costruita attorno al modello tedesco di cogestione, è già una risposta, una di quelle terribili e temibili per diverse migliaia di lavoratori.






