Pechino ha detto basta alle guerre di prezzo, almeno quelle fuori dai confini. L’1 settembre tre ministeri cinesi, Commercio, Industria e Informatica, e l’autorità di regolamentazione del mercato, hanno pubblicato un documento in venti punti che chiede alle case auto nazionali di smettere di fare dumping selvaggio anche nei mercati esteri.
Si chiedono, dunque, prezzi ancorati ai costi reali, niente variazioni brusche che spaventino i consumatori, rispetto dell’autonomia dei concessionari locali. Sul fronte normativo, per ora niente sanzioni specifiche, d’altronde, il documento resta più un’esortazione che una minaccia.
La Cina ha esportato 8,32 milioni di veicoli nel 2025 in oltre 200 paesi, con investimenti produttivi in più di 80 mercati. Un’espansione impressionante, costruita però su fondamenta fragili: lo stesso modello che ha fatto esplodere il mercato interno, la cosiddetta guerra dei prezzi, rischiava di replicarsi all’estero. La Thailandia aveva già aperto un’indagine su BYD per sconti applicati nel 2024, dopo una valanga di reclami. L’azienda è stata scagionata, ma solo dopo che l’ad Wang Chuanfu ha promesso maggiore prudenza sulle future variazioni di prezzo.
Il problema, in patria, è diventato strutturale. Su una trentina di marchi cinesi specializzati in veicoli elettrici, solo una manciata è oggi in attivo. AlixPartners stima che al massimo sette raggiungeranno il pareggio entro il 2030. Le consegne di elettrici in Cina sono calate del 13% su base annua nella prima metà del 2026: i consumatori aspettano, convinti che i prezzi continueranno a scendere. Un circolo vizioso che le autorità di regolamentazione sembrano finalmente decise a spezzare, o almeno a non esportare.
BYD è forse l’esempio più eloquente della contraddizione in atto. Nella prima metà dell’anno ha venduto 792.000 veicoli all’estero, un balzo del 67,8%, eppure il fatturato complessivo è calato del 7,1%, a 344,8 miliardi di yuan. Le immatricolazioni domestiche hanno perso il 15,7%. Le esportazioni tengono in piedi i conti, ma non bastano a compensare il disastro interno.

Se gli sconti aggressivi hanno già eroso i margini sul mercato locale fino a rendere le esportazioni l’unica salvezza, l’ultima cosa che serve è che la stessa dinamica si ripeta nei mercati che oggi sostengono il settore.
Il documento pretende di “aggredire” come farebbe una legge, ma il messaggio è inequivocabile: all’estero, le case automobilistiche cinesi dovranno competere su qualità e prodotto. Non su chi abbassa di più il prezzo, anche se per ora resta tutta teoria.




