L’Unione Europea ha partorito l’Industrial Accelerator Act, ribattezzato con l’ambizioso slogan “Made in Europe”, una strategia che sulla carta dovrebbe rivitalizzare la produzione locale e arginare il predominio cinese. Quindi, per beneficiare degli incentivi, i produttori devono assemblare i veicoli nell’UE e garantire un contenuto locale minimo del 70%.
Già, ma questa brillante iniziativa sembra essersi incagliata prima ancora di partire, con l’annuncio ufficiale rinviato dal 2 al 4 marzo a causa di “disaccordi sulla portata geografica”. Nessuno sa se includere o meno chi produce davvero in Europa da decenni.

Ford è scesa in campo senza mezzi termini. Jim Baumbick, Presidente di Ford Europa, ha dichiarato che escludere Turchia e Regno Unito dal programma per il Made in Europe causerebbe seri problemi a tutte le linee di produzione europee. Non si tratta di un capriccio, poiché veicoli commerciali iconici come il Transit e il Courier vengono prodotti proprio in Turchia. Escludere partner integrati nell’industria europea da 30 anni e più equivale a sabotare la propria catena di approvvigionamento.
Nail Olpak, Presidente del Consiglio per le Relazioni Economiche Estere turco, ha chiarito il suo disappunto sui dubbi attorno al nuovo Made in Europe: “Non siamo certamente contrari al rafforzamento dell’industria europea. Tuttavia, non possiamo accettare uno scenario in cui la Turchia, che è integrata nell’industria europea da 30 anni e ha forti capacità produttive, venga esclusa dal gioco a causa di questo approccio”.

La Commissione Europea si trova ora a gestire una situazione imbarazzante. Un portavoce ha confermato a Reuters che questa settimana si terranno discussioni per rafforzare la bozza di accordo. L’IAA impone che le nuove auto elettriche, ibride e a celle a combustibile a idrogeno siano assemblate nell’UE, con almeno il 70% di componenti locali. Regole rigide che rischiano di trasformarsi in un autogol clamoroso se applicate ignorando chi ha reso possibile questa integrazione produttiva.
Il rinvio al 4 marzo non è un dettaglio tecnico, è l’ammissione che il protezionismo europeo sta faticando a fare i conti con la realtà industriale. Perché alla fine, “Made in Europe” senza chi produce realmente in Europa rischia di diventare solo uno slogan attraente e poco realistico.
