Porsche ha registrato un crollo degli utili netti da 3,6 miliardi a circa 310 milioni di euro, un risultato che colloca il marchio sportivo di Stoccarda al di sotto della redditività di alcuni costruttori generalisti del gruppo Volkswagen, tra cui la stessa Volkswagen, Skoda e Cupra. Una situazione che sarebbe apparsa impensabile fino a pochi anni fa per un brand abituato a occupare stabilmente il vertice dei margini nel settore automobilistico.
Porsche, la crisi pesa sui conti: niente premi ai lavoratori

Le cause della flessione sono molteplici e convergono su più fronti. In Cina, mercato storicamente fondamentale per i costruttori tedeschi, la clientela si sta orientando in misura crescente verso i marchi locali, penalizzando le vendite di Porsche senza che il costruttore tedesco sembri in grado di invertire la tendenza nel breve periodo. Negli Stati Uniti il ritorno di politiche protezionistiche legate alla presidenza Trump ha reso più onerose le esportazioni, un problema particolarmente pesante per Porsche che non dispone di impianti produttivi sul territorio americano e subisce quindi direttamente l’impatto dei dazi doganali su ogni modello destinato al mercato nordamericano.
A gravare sui conti si aggiunge la revisione della strategia di elettrificazione. La domanda di auto a batteria non ha raggiunto i volumi attesi e Porsche ha dovuto riattivare in tempi rapidi lo sviluppo di motorizzazioni termiche e ibride, un cambio di rotta che secondo le stime avrebbe comportato costi superiori ai due miliardi di euro e che pesa in modo significativo sui risultati dell’ultimo esercizio.

Le conseguenze si riflettono anche sui dipendenti e sugli azionisti. Secondo quanto riportato dal quotidiano tedesco Der Spiegel, Porsche avrebbe deciso di sospendere per la prima volta la distribuzione della partecipazione agli utili per circa 27.000 lavoratori impiegati negli stabilimenti tedeschi e nelle filiali dirette, un premio introdotto alla fine degli anni ’90 e riconosciuto regolarmente fino a oggi. La stretta coinvolge anche i livelli dirigenziali, ai quali verrebbero negati aumenti salariali e bonus annuali, mentre il dividendo per gli azionisti scenderebbe da 2,30 a 1,10 euro per azione.
La strada per il recupero dei margini precedenti potrebbe rivelarsi lunga, soprattutto in un contesto in cui i costruttori asiatici continuano a guadagnare terreno con modelli sempre più competitivi per prezzo, tecnologia e dotazioni. Il semplice rilancio delle motorizzazioni termiche e ibride potrebbe non essere sufficiente a riconquistare una clientela che in diversi mercati si sta abituando a un’offerta locale molto aggressiva, e per Porsche la sfida dei prossimi anni si giocherà sulla capacità di bilanciare investimenti nell’elettrico, presenza nei mercati tradizionali e controllo dei costi industriali.
