Due miliardi di dollari in azioni Tesla per comprare qualcosa di cui non si conosce il nome, sviluppato da qualcuno che non viene nominato, per raggiungere obiettivi che Tesla stessa definisce “improbabili”. Un altro classico della trasparenza aziendale versione Elon Musk.
La notizia è emersa, come da copione, sepolta in un documento trimestrale. Non si trovava in un comunicato stampa, perché si trattava solo di una riga nel report del secondo trimestre 2026 che certifica un’acquisizione di hardware per l’intelligenza artificiale dal valore finale di 1,95 miliardi di dollari, pagata interamente in azioni e premi azionari. Il nome dell’azienda acquisita è, appunto, sconosciuto, la tecnologia, neanche a dirlo, non descritta.

Di quei quasi due miliardi, solo 222 milioni sono stati assegnati a qualcosa di concreto, ovvero un brevetto e la tecnologia correlata. Il resto, 1,73 miliardi, è vincolato al raggiungimento di determinati obiettivi di fidelizzazione e implementazione. Obiettivi che Tesla ha già dichiarato di ritenere improbabili. Insomma, apparentemente, l’azienda ha pagato quasi due miliardi per qualcosa che potrebbe non utilizzare mai davvero, e lo ammette senza battere ciglio.
Le speculazioni sull’identità della società acquisita si concentrano su DensityAI, startup di chip nata dalle ceneri del team Dojo, smantellato nell’agosto 2025, oppure su Atomic Semi, co-fondata da Jim Keller. Tesla non conferma nessuna delle due ipotesi.
Nella prima metà del 2026, Tesla ha emesso circa 198 milioni di nuove azioni per finanziare acquisizioni e premi azionari. La remunerazione basata su stock è cresciuta dell’80% su base annua, arrivando a 2,18 miliardi di dollari. Tutto questo mentre l’azienda registrava flusso di cassa negativo nel secondo trimestre e si autodefiniva impegnata nel più grande anno di investimenti in AI della sua storia.

Terafab è però il simbolo più nitido di questa contraddizione. Nato come alternativa interna a TSMC e Samsung, oggi funziona con Intel come nucleo operativo, con Tesla nel ruolo di cliente, non di produttore sovrano. L’intera narrativa dell’integrazione verticale, quella che doveva liberare Tesla dalla dipendenza da Nvidia, si sgretola pezzo per pezzo, acquisizione dopo acquisizione.
L’azienda continua a comprare ciò che non riesce a costruire, e continua a non dirlo. Gli investitori finanziano queste lacune attraverso la diluizione del proprio capitale, fidandosi di promesse senza nome e tecnologie senza descrizione.
