Per oltre un decennio le compagnie minerarie cinesi hanno trattato l’Africa come un grande supermercato a cielo aperto. Miliardi di dollari investiti in Repubblica Democratica del Congo e nello Zimbabwe per assicurarsi cobalto e litio, le due materie prime su cui poggia l’intera industria delle batterie e, di conseguenza, quella dei veicoli elettrici. Un piano industriale lineare, quasi perfetto. Almeno finché i paesi produttori non hanno deciso di cambiare gli accordi.
Da febbraio 2026 la RDC, primo fornitore mondiale di cobalto con una produzione più che raddoppiata in tre anni, ha imposto restrizioni alle esportazioni del metallo. Obiettivo: frenare la sovrapproduzione e trattenere più valore all’interno dei confini nazionali. Lo Zimbabwe, diventato nel frattempo il quarto produttore mondiale di litio, ha seguito a ruota vietando l’export di concentrati grezzi per spingere la raffinazione interna.

Due moss che si sono fatte sentire subito. Il cobalto e i suoi derivati hanno registrato aumenti molto importanti di prezzo, mentre il litio è tornato a flirtare con i livelli spaventosi del 2023.
Per le case automobilistiche la traduzione è dolorosa. Costi di produzione delle batterie in rialzo, filiere di approvvigionamento sotto pressione, pianificazione industriale da riscrivere quasi da zero. Le stesse società minerarie cinesi si trovano ora in una situazione paradossale: producono più cobalto di quanto riescano a esportare, con impianti che girano a capacità ridotta.
Non si tratta di una semplice turbolenza di mercato. ma di nazionalismo delle risorse strategiche. I paesi africani non vogliono più limitarsi a estrarre e spedire. Vogliono raffinare, trasformare, industrializzare. Nello Zimbabwe, per esempio, le infrastrutture di lavorazione del litio sono ancora insufficienti ad assorbire i volumi estratti, rischiando di creare colli di bottiglia prolungati.

Per gli investitori cinesi il dilemma è ormai concreto: continuare a finanziare lo sviluppo della raffinazione locale su condizioni che non controllano più, oppure iniziare a guardarsi intorno. Nel frattempo altre potenze industriali accelerano sulla diversificazione delle forniture, cercando di ridurre la dipendenza dalla catena di approvvigionamento dominata da Pechino.
