Il Regno Unito chiede aiuto a Pechino: le fabbriche Jaguar aspettano i cinesi

La joint venture tra Jaguar Land Rover e Chery esiste già in Cina, dove fino a ottobre produceva modelli Jaguar per il mercato locale.
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I tempi in cui la Cina esportava auto come se non ci fosse un domani sono finiti. Adesso preferisce costruirle direttamente nei mercati di destinazione, possibilmente sfruttando fabbriche altrui rimaste semivuote. L’ultima mossa? Chery che bussa alle porte degli stabilimenti britannici di Jaguar Land Rover, mentre il primo ministro Keir Starmer vola a Pechino la prossima settimana non per una visita di cortesia, ma per cercare investitori stranieri per riempire capannoni deserti.

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La situazione è paradossale. Jaguar ha venduto appena 16.617 auto nel Regno Unito nel 2024, quasi tutte prodotte localmente, ma con il passaggio alla gran turismo elettrica Type 00 le sue linee produttive sono praticamente ferme. Nel frattempo, Chery, arrivata nel mercato britannico solo l’anno scorso, ha già superato il marchio del giaguaro con 5.517 vendite, mentre i suoi sotto-marchi Omoda e Jaecoo macinano numeri da fare invidia a Honda e Suzuki.

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Il governo britannico non gira intorno al problema. “Se c’è sottocapacità produttiva, formare la partnership ha una sua logica”, ha dichiarato il ministro delle imprese Peter Kyle al Financial Times, con il tono ìdi chi sa che il nazionalismo industriale non paga le bollette. La joint venture tra Jaguar Land Rover e Chery esiste già in Cina, dove fino a ottobre produceva modelli Jaguar per il mercato locale. Adesso il copione potrebbe invertirsi: veicoli cinesi costruiti in Gran Bretagna per aggirare i dazi europei sui veicoli elettrici.

Il primo candidato alla resurrezione britannica sarebbe il marchio Freelander, estinto da quasi undici anni e pronto a rinascere come nono brand del gruppo Chery. Basato sulla piattaforma T1X, la stessa di Omoda 5 ed E5, il nuovo Freelander potrebbe offrire versioni elettriche, ibride plug-in e persino con autonomia estesa, quella tecnologia in cui un motore a benzina funge da generatore per una batteria più piccola.

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Potrebbe essere una potenziale vittoria per tutti. In effetti, riempire fabbriche vuote con auto cinesi evitando dazi doganali sembra un affare vantaggioso. Resta solo da stabilire se chiamarlo pragmatismo o resa incondizionata della Brexit Britain all’automotive del futuro.