BYD ha recentemente deciso di alzare l’asticella in Europa con otto anni o 250.000 chilometri di garanzia sulle batterie, con la promessa che manterranno almeno il 70% della capacità originale. Un impegno che suona quasi come una sfida lanciata ai concorrenti e, soprattutto, agli scettici della mobilità elettrica.
La mossa cinese riguarda sia i veicoli elettrici puri che gli ibridi plug-in, tutti equipaggiati con la celebre batteria Blade a litio ferro fosfato (LFP), tecnologia che resiste meglio al degrado rispetto alle alternative al nichel. Tutto questo si traduce in meno ansia da autonomia residua, più serenità per chi guida flotte aziendali o semplicemente non vuole buttare soldi in una batteria dopo tre anni.

I dati, del resto, confermano l’ottimismo. Uno studio della canadese Geotab, condotto su oltre 22.000 veicoli elettrici di 21 modelli diversi, mostra che il degrado medio delle batterie si attesta intorno al 2,3% annuo. Dopo cinque anni, la maggior parte dei veicoli conserva oltre l’80% della capacità utilizzabile. Non male, considerando che qualcuno ancora paragona le batterie EV ai vecchi (a volte pure nuovi) smartphone che dopo sei mesi non arrivavano a sera.
Ma c’è un ma, e pesa come un caricatore da 150 kW. La ricarica rapida in corrente continua è il grande accusato. Chi ne abusa sistematicamente vede il degrado salire verso il 3% annuo, mentre chi si affida principalmente alla ricarica domestica o in deposito sta tranquillamente sotto l’1,5%. Insomma, la fretta costa cara, anche alle batterie.

Per le flotte aziendali, dunque, è importante pianificare strategie di ricarica intelligenti. Non è più un’opzione, ma una necessità economica. La tecnologia progredisce, le garanzie si allungano, ma il modo in cui si usa un veicolo elettrico continua a fare la differenza tra un investimento solido e una scommessa azzardata. La durata delle batterie non è più il problema. Il problema, semmai, è come le trattiamo.
