BYD, il dubbio di una storia sporca tra i lavoratori in Brasile

Il segretario brasiliano per l’ispezione del lavoro licenziato per aver inserito BYD nella lista nera degli abusi sul lavoro. Interferenze politiche?
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C’è una lista che in Brasile fa paura. Si chiama “lista nera” degli abusi sul lavoro, e le aziende che ci finiscono dentro non solo incassano un danno d’immagine pesante come un macigno, ma perdono anche l’accesso a determinati finanziamenti bancari. Uno strumento potente, costruito in anni di battaglie degli ispettori del lavoro brasiliani, dipendenti statali che hanno già incrociato BYD sulla propria strada. Lo strumento della lista, però, evidentemente, dà fastidio a qualcuno.

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L’ultimo episodio di questa storia ha il sapore amaro di una resa dei conti. Luiz Felipe Brandao de Mello, segretario brasiliano per l’ispezione del lavoro, è stato licenziato dopo aver inserito BYD nella lista nera, disobbedendo a un ordine esplicito del ministro del Lavoro Luiz Marinho di tenerla fuori. Nessuna giustificazione tecnica fornita dal ministro, secondo le fonti. Solo un ordine. E un licenziamento, ufficializzato.

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Il contesto non è nuovo. Nel 2024, 163 lavoratori cinesi impiegati da un appaltatore furono trovati a costruire il principale stabilimento BYD in Brasile in condizioni che i funzionari locali hanno definito senza mezzi termini “simili alla schiavitù”. Lo scandalo aveva già rallentato di mesi i lavori di costruzione e incrinato la reputazione del produttore cinese di veicoli elettrici nel mercato più importante per l’azienda dopo la Cina. BYD aveva dichiarato di non essere a conoscenza di alcuna violazione fino alle segnalazioni dei media brasiliani. Questa la versione, per così dire, classica.

Nonostante lo scandalo fosse già di dominio pubblico, Lula era comunque presente all’inaugurazione dello stabilimento a ottobre. Un gesto che la dice lunga sui legami tra il produttore cinese e la classe dirigente al governo brasiliano.

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L’associazione nazionale degli ispettori del lavoro, Anafitra, ha attaccato senza filtri: il licenziamento di Mello segnala, secondo l’organizzazione, “un’escalation delle interferenze politiche nelle ispezioni del lavoro” e mina uno degli strumenti più efficaci nella lotta contro lo sfruttamento. Non è la prima volta che Marinho finisce nel mirino per queste ragioni: in passato avrebbe già effettuato revisioni insolite delle indagini per escludere altre aziende dalla lista.

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Intanto, dopo soli due giorni dopo l’inserimento di BYD nella lista, un tribunale ha emesso un’ingiunzione per rimuoverla. La sentenza definitiva è ancora attesa. Il presente elettrificato, a quanto pare, è ancora una questione di potere.