Il lusso tedesco balla sul bordo. Sei mesi, quattro marchi, un solo dato che tiene: BMW, infatti, sta sopra il milione, precisamente 1.004.681 unità, mentre gli altri scivolano.
Mercedes si ferma a 837.200 veicoli, giù del 7%. Audi a 727.200, giù del 7,2%. Porsche, che gioca in un campionato diverso per volumi e listini, crolla del 16,5% a 122.300 consegne. Un quadro che non ha bisogno di commento, ma che ne meriterebbe qualcuno da parte dei rispettivi CEO.
Il nemico ha un nome e si chiama Cina. Non è una novità, ma i numeri del primo semestre 2026 tolgono ogni residua speranza di inversione imminente. BMW e MINI insieme perdono il 20,4% nel mercato cinese, con 261.773 unità. Mercedes sprofonda del 28%, a 210.200 veicoli. Porsche registra un crollo del 32%: 14.501 auto in sei mesi, in un Paese dove fino a pochi anni fa le Cayenne si vendevano quasi da sole. Audi non ha ancora pubblicato i dati disaggregati per la Cina, ma il Gruppo Volkswagen nel suo complesso segna -25,9%, a 1.313.800 unità.

I costruttori cinesi hanno smesso di imitare e hanno cominciato a competere. Le loro auto costano meno, incorporano tecnologia comparabile, spesso superiore sull’elettrico, e non portano più addosso quell’aria di copia confusa che le rendeva riconoscibili a colpo d’occhio. Il cliente cinese upper-class, che una volta acquistava una Serie 7 come status symbol, oggi ha alternative credibili prodotte in patria.
Il quadro sarebbe desolante se tutto il mondo fosse la Cina, ma (per fortuna, per il momento) non lo è. BMW guadagna il 3,9% negli Stati Uniti e il 5,4% in Europa nel primo semestre, segnali concreti che il marchio tiene fuori dall’Asia. Abbastanza per compensare il crollo di Pechino? No.

Il problema strutturale resta, dato che tra il record di 847.900 veicoli venduti in Cina nel 2021 e le 626.000 del 2025, BMW ha già bruciato un quarto del suo mercato più redditizio. Il 2026, a questo ritmo, promette di fare peggio.
